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a cura di Ermanno


Storie di Sport

Primo Carnera, un'occasione di riscatto per la nobile arte

n. 10
6 febbraio 2006
(data di pubblicazione sul sito)



l'ex campione del mondo dei pesi massimi in una foto dell'epoca



Dall’alto dei suoi 202 centimetri per circa 120 chili di peso, Primo Carnera non ha mai avuto particolari problemi nel rendersi riconoscibile agli occhi degli spettatori quando saliva sul ring. Nato a Sequals, cittadina in provincia di Udine, nell’ottobre del 1906, Primo Carnera è stato il primo (e oserei dire l'unico) pugile italiano capace di fregiarsi del titolo di campione del mondo dei pesi massimi quando la categoria non era ancora stata suddivisa in innumerevoli sigle come oggi e il vincitore di una così prestigiosa corona poteva davvero considerarsi “l’uomo più forte del mondo”.
La storia di Primo Carnera, come si conviene ai grandi personaggi, è tutta in salita. Il futuro campione del mondo dei pesi massimi vive a Sequals fino all’età di 18 anni, quindi si trasferisce in Francia presso alcuni parenti per svolgere il lavoro di falegname. Di lì a poco accetta la proposta del gestore di un circo e inizia ad esibirsi in incontri di lotta libera per racimolare qualche soldo. Durante una delle tournee in giro per la Francia il giovane Carnera viene notato da un ex campione francese dei pesi massimi, tale Paul Journée, che gli offre l’allettante opportunità di allenarsi nella sua palestra. Carnera comincia a dedicarsi al pugilato con serietà e per mantenersi riprende a lavorare come falegname. Risolutivo l’incontro tra Carnera e il manager Lèon See, presentatogli dallo stesso Paul Journée. Il promettente pugile friulano finisce sotto l’ala protettiva di See col quale approda a Parigi ove perfeziona la sua tecnica pugilistica. L’indiscutibile abilità manageriale di Lèon See dà a Carnera la possibilità di mettersi in luce combattendo sui ring di mezza Europa. Ma per il suo primo match in Italia il gigante di Sequals, così veniva chiamato Primo Carnera, deve attendere fino al 1928 quando a Milano affronta il pugile di colore Epifanio Islas. Carnera vince agevolmente anche se sull’incontro si addensano pesanti nubi: Lèon See viene accusato di essersi accordato sull’esito dell’incontro per garantire la vittoria al suo pupillo. Il match Carnera-Islas viene bollato come una "combine" e Carnera si vede affibbiare dai suoi detrattori il poco edificante soprannome di "torre di gorgonzola". Questo appellativo ritornerà, insieme a diffusi sospetti di "combine", ad accompagnare il generoso pugile friulano nel corso della sua movimentata carriera sviluppatasi in un periodo in cui la mafia iniziava ad estendere i suoi loschi traffici anche nel pugilato. Nel 1930, finalmente, Primo Carnera e il suo abile manager giungono negli Stati Uniti, nella mecca del pugilato dove si disputano gli incontri per il titolo mondiale. Qui Carnera sostiene più di venti incontri in un anno perdendone soltanto uno. Anche in questo caso però non mancano le critiche da parte di chi sostiene che l’esito di quegli incontri fosse già stato concordato per agevolare la scalata al trono dei pesi massimi da parte del mastodontico pugile italiano. La chance per il titolo mondiale si presenta nel 1933. Primo Carnera, il gigante di Sequals, sfida il campione in carica Jack "Boston Gob" Sharkey in un palcoscenico sontuoso come quello del Madison Square Garden di New York. E’ una grande serata per i colori italiani, Primo Carnera mette kappaò Sharkey e compie l’impresa per la quale aveva lasciato l’Europa alla volta degli Stati Uniti. La prima difesa del titolo ha luogo su un ring all’aperto messo in piedi in Piazza di Siena a Roma alla presenza del Duce Benito Mussolini. Carnera, proposto dal regime come uomo-simbolo del fascismo vincente anche nello sport, batte nettamente ai punti lo sfidante Paolino Uzcudun. Nel 1934, liquidata la pratica Tommy Loughran sul ring di Miami, Primo Carnera si ritrova davanti l’ambizioso Max Baer. L’incontro si svolge a New York. Durante lo svolgimento del match Carnera si infortuna ad una gamba e subisce numerosi atterramenti fino all’inevitabile sconfitta che giunge prima del limite. Da campione del mondo idolatrato dalla propaganda fascista Primo Carnera precipita rapidamente nell’oblio anche se tenta in qualche modo di risalire la china. Archiviata la sconfitta subita da Baer, affronta infatti il giovane e promettente Joe Louis, "il Bombardiere Nero", che sottopone il pugile friulano ad una severa punizione.
Uscito velocemente dal giro che conta, Carnera continua a combattere ancora per qualche anno finché nel 1938 non decide di abbandonare l’attività anche a causa di alcuni problemi di salute. Effettua un malinconico rientro negli anni Quaranta, quindi si ritira definitivamente dal pugilato nel 1946. Lasciato lo sport che gli aveva regalato uno scampolo di gloria per poi riprendersi tutto, dal denaro guadagnato alla gloria faticosamente ottenuta, Primo Carnera si ricicla come attore interpretando numerosi ruoli al cinema, sia negli Stati Uniti che in Italia, al fianco di numerose celebrità dell'epoca. Messo all'indice come sostenitore del regime fascista alla caduta di Mussolini, Carnera si stabilisce negli Stati Uniti dove si rifà un nome come lottatore di catch. Successivamente si dedica agli affari, apre un ristorante e un negozio di vini e liquori a New York. Nel maggio del 1967 fa ritorno a Sequals, suo paese d’origine, dove muore il mese successivo ad appena 61 anni d’età minato da una grave malattia.

Scomparso dalle scene Primo Carnera, in Italia non abbiamo più avuto pesi massimi capaci di conquistare il titolo mondiale, almeno fino alla fine degli anni Ottanta con l’avvento di Francesco Damiani campione per la sigla Wbo (World Boxing Organization). Quasi vent’anni dopo l’era Damiani l’Italia ha scoperto un altro buon peso massimo, friulano come Carnera, il cui nome è Paolo Vidoz, ottimo pugile dilettante passato al professionismo in età forse troppo avanzata. Vidoz, come Carnera, ha combattuto in America diversi incontri ma una sconfitta inaspettata subita da un pugile mediocre l’ha convinto a rientrare in Italia interrompendo la scalata verso un possibile match con il titolo mondiale in palio. In Italia si è laureato campione nazionale dei pesi massimi, quindi ha conquistato la corona europea difendendola due volte, la prima dagli assalti di Michael Sprott in un match avaro di emozioni, la seconda in maniera decisamente più perentoria contro il turco naturalizzato tedesco Cengiz Koc sul ring "nemico" di Berlino. In entrambe le occasioni Vidoz ha vinto ai punti conservando la cintura di campione europeo. Nel 2006 il pugile goriziano festeggerà 36 anni ed onestamente è difficile intravedere per lui una chance mondiale a quell’età. A meno che, glielo auguro, gli organizzatori americani, da alcuni anni in grave difficoltà vista la penuria di veri talenti tra i pesi massimi, non decidano di dargli un’ultima e imprevista opportunità. Del resto, la boxe moderna sembra essere giunta ad un punto di non ritorno dove una corona mondiale non si nega a nessuno. Perchè quindi non premiare il coraggio di Vidoz? E pensare che ai tempi di Primo Carnera fino ad arrivare a "The Greatest" Mohammed Ali esisteva un unico detentore del titolo, per la serie “o sei il campione del mondo dei pesi massimi o non sei nessuno”, punto e basta! Allora praticamente non esistevano sigle, apparse con inusitata prepotenza soltanto a cavallo tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta. L'ultimo peso massimo capace di unificare il titolo, quando già la boxe iniziava a fare i conti con le numerose organizzazioni pugilistiche presenti, è stato Mike Tyson, ma parliamo di una quindicina di anni addietro, come dire una vita fa. Adesso invece impazzano gli Hasim Rahman, i Lamon Brewster, i Chris Byrd, i Nikolaj Valuev intrappolati in una miriade di sigle (Wba, Wbc, Wbo, Wbu, Ibf ecc…) che non permettono ad appassionati e addetti ai lavori di identificare il nome del vero campione. Questo è, ahimè, il livello cui la massima categoria del pugilato si è ridotta, mentre nelle categorie di peso inferiori vi sono ancora buoni campioni nonostante le troppe sigle rappresentino una costante anche lì. Quale soluzione ad un così desolante panorama? Personalmente sono dell’idea che prima o poi un nuovo grande personaggio irromperà sulla scena dei pesi massimi, magari non sarà paragonabile al ciclone Tyson emerso con inusitata prepotenza negli anni Ottanta, tuttavia di certo il pugilato ha bisogno di una scossa, urge mettere da parte i tanti interessi in ballo e orientarsi innanzitutto verso una unificazione delle sigle. In altre parole un solo campione per ogni categoria, una soluzione da anni proposta e riproposta da un grande esperto di pugilato qual è il giornalista e commentatore televisivo Rino Tommasi. Altrimenti il rischio è quello di non arrivare da nessuna parte causando danni non solo ai pugili ma, cosa ancora più grave, allo stesso sport. Per il resto c’è poco da fare. Come gli addetti ai lavori spesso ricordano, un tempo il pugile saliva sul ring perché aveva fame. Ai giorni nostri, mi viene naturale dire per fortuna, le cose sono decisamente cambiate finendo però per intaccare la qualità del "prodotto" boxe. Il maggiore benessere invita le nuove leve a disertare le palestre, il desiderio di impelagarsi in una carriera stracolma di rischi e incertezze come quella del pugile spesso muore sul nascere. Grandi campioni del passato come Jake La Motta, Rocky Graziano, Rocky Marciano, Mike Tyson, lo stesso Primo Carnera e molti altri hanno deciso di votare la propria vita alla causa del ring per fuggire da una condizione di povertà e disagio insostenibile. La boxe è stata la loro unica speranza per emergere, l’ultima finestra rimasta per prendere una boccata d’aria e dare un senso alla propria esistenza. Nel ventunesimo secolo la stragrande maggioranza dei giovani che decidono di fare pugilato lo fa perché vuole farlo e ad essere sinceri credo saranno sempre meno coloro che si orienteranno verso questa difficile strada.

Nell’ottobre 2006 ricorrerà il centenario della nascita di Primo Carnera, avvenimento questo che verrà festeggiato con una importante iniziativa quale la mostra “Ipotesi di un mito” che partirà da Milano per raggiungere Roma, quindi New York in concomitanza con il Columbus Day e infine Sequals dove nacque il campione italiano. Sarebbe bello se tale evento facesse da input per un rapido riscatto del pugilato da troppo tempo entrato in una profonda e (forse) irreversibile crisi. Un po’ di attenzione mediatica non potrà che giovare all’indebolita ossatura di quello che grazie a Mohammed Ali prima e Mike Tyson dopo divenne uno degli sport più popolari del mondo.
Sia come sia, nell’anno del centenario la figura di Carnera risveglia notevole interesse anche al cinema. Si prevede infatti un film diretto da Renzo Martinelli con un cast stellare composto tra gli altri di Giancarlo Giannini, Alessandro Gassman e Joe Pesci.
Mi lascia invece stupito la scarsa attenzione del Ministero Beni Culturali che ha liquidato così le attese celebrazioni: se passa Carnera, alla fine ci proporranno di celebrare i 20 anni del matrimonio di Totti (fonte “Il Giornale”, 27 gennaio 2006). Come evidenziato nell’articolo, i cento anni dalla nascita di Primo Carnera, uomo e pugile molto apprezzato non solo in Italia ma anche all’estero, rappresentano non tanto un evento di sport quanto un evento culturale nel senso più vasto del termine che merita il supporto del Ministero preposto. Davvero c'è ancora qualcuno che non considera lo sport una forma d’arte? Il pugilato, questo immagino lo sapranno tutti, è sinonimo di "noble art" e non credo si tratti di un caso. Mi auguro quindi che il Ministero preposto abbia modo di ritornare sui suoi passi concedendo il patrocinio per conferire la dovuta ufficialità ad un evento dai forti connotati educativo-culturali che, non me ne vogliano i diretti interessati, non c’entra proprio nulla con il ventennale del matrimonio di Totti (!?). Restiamo in attesa delle dovute celebrazioni che di certo vedranno il prezioso contributo della Fondazione Carnera (vedi www.carnera.org) e alle quali spetterà il non facile compito di ricordare la figura dell’unico italiano capace di conquistare la corona mondiale dei pesi massimi quando questo titolo rivestiva ancora un notevole significato.

Il Direttore


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