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a cura di Ermanno


Intervista

Franco Frassoni “A vele spiegate”

n. 47
15 settembre 2008
(data di pubblicazione sul sito)



il Maestro Franco Frassoni mostra orgoglioso una copia della sua autobiografia



Mi accordo con Franco Frassoni per una intervista esclusiva nei locali dell’Associazione Culturale Sulla Parola situata in Via Cibrario 28 nel quartiere San Donato a Torino. Sono trascorsi soltanto un paio di giorni dalla presentazione del suo libro autobiografico “A vele spiegate. Segreti confessabili di un pittore imprenditore” pubblicato dalle Edizioni Angolo Manzoni nel giugno 2008. Il Maestro veglia sulla mostra personale che annovera un cospicuo numero di sue opere, esposte negli spazi di Via Cibrario, là dove una magica favola ebbe inizio, a partire dalla simbolica stretta di mano con l’editore Nino Truglio che sancì l’avvio di una sorprendente quanto proficua collaborazione, capace di far maturare con l’uscita in libreria del volume “A vele spiegate” il frutto più prelibato.
E’ una via antica ma calorosa, Via Cibrario, complici i numerosi negozi e caffè che inducono il passante a fermarsi per curiosare. Nel quartiere torinese San Donato sono cresciuti attori poi divenuti noti quali Riccardo Miniggio, il Ric tradizionalmente accompagnato sulle scene da Gian (il genovese Gian Fabio Bosco), e Luciana Littizzetto. In uno dei palazzi adiacenti il poeta Guido Gozzano visse gli ultimi anni della sua esistenza.
Al mio arrivo Franco Frassoni mi accoglie, com’era facilmente prevedibile, in giacca e cravatta. Mi racconta di sé, del suo libro, della mostra all’Associazione Culturale Sulla Parola e dell’altra personale inaugurata una decina di giorni fa nel Palazzo della Promotrice delle Belle Arti in Viale Crivelli a Torino. Non è mai facile persuadere qualcuno, a maggior ragione Frassoni, uomo schivo tanto da rivelarsi alle volte inaspettatamente ciarliero, a lasciar affiorare liberamente le emozioni più recondite. L’occasione era comunque troppo ghiotta e il vostro Webmaster non se l’è lasciata sfuggire, sottoponendo l’autore di “A vele spiegate” ad una spontanea quanto incalzante intervista-interrogatorio.


Maestro Frassoni, risale esattamente a settanta anni fa il suo esordio nel campo del disegno sulle pagine del noto giornale per ragazzi “Topolino”. Come nacque la sua passione per i fumetti e quali erano i suoi personaggi preferiti?

Non credo di fare un torto ai miei insegnanti della Scuola Elementare di Stato “Embriaco Fieschi” di Genova se dico che ho imparato a leggere con “Topolino”. Mi riferisco alla seconda metà degli anni Trenta, io allora ero un fanciullo di belle speranze che già si dilettava nel disegnare con la matita gli eroi dei fumetti dell’epoca. Ci tengo ad evidenziare che per me erano degli eroi, forse anche perché noi ragazzi la televisione non sapevamo nemmeno cosa fosse ed eravamo quindi portati ad immaginarci le più incredibili avventure che iniziavano sulle pagine dei fumetti e sembravano non avere mai fine. I passatempi non erano molti, così se non ero impegnato con la scuola, gli scout o le varie attività ludiche all’aperto, mi dedicavo alla lettura. Altre volte, quando ritenevo di non avere niente di meglio da fare, mi munivo di un vecchio giornale arrotolato, lo immergevo nell’acqua e dipingevo, si fa per dire, i vetri delle finestre dal balcone di casa. I miei genitori non erano molto d’accordo, forse non sapevano ancora delle mie inclinazioni artistiche! Il mio personaggio preferito dell’epoca era comunque Mickey Mouse, Topolino per intenderci, oggi però preferirei il mondo dei paperi a quello dei topi anche perché trovo che sia Paperino il più simpatico dell’universo Disney, principalmente a causa della sua naturale propensione a combinare disastri… un personaggio “molto umano”, come direbbe il mio concittadino Paolo Villaggio!

A proposito del suo disegno pubblicato su “Topolino” nel 1938 va ricordato che lei nel 2007 ha dipinto “Il duello tra Marco Brunod e il conte di Champorcher” a olio su tela. Da che cosa è nata l’idea di far rivivere i due personaggi-rivali protagonisti dei fumetti della sua infanzia, il Brunod e il conte appunto, che aveva disegnato per la prima volta a matita su carta nel 1938?

Ho spedito il mio primo disegno a “Topolino”, intitolato “Il duello tra Marco Brunod e il conte di Champorcher”, se ricordo bene quando non avevo nemmeno otto anni. Ancora adesso questo episodio rappresenta per me un ricordo speciale, forse anche a causa delle mie prime cinque Lire guadagnate in seguito alla pubblicazione del disegno su un numero di “Topolino” del 1938! Con orgoglio posso affermare che “Topolino” è stato un buon viatico per il prosieguo della mia carriera artistica. Com’è noto, da buon autodidatta, nella prima metà degli anni Settanta ho iniziato a sperimentare la tecnica dell’olio su tela che non ho più abbandonato. Nel 2005 ho esposto il mio vecchio disegno “Il duello tra Marco Brunod e il conte di Champorcher” in una mostra tenutasi negli spazi del Centro Artistico Culturale Arte Città Amica a Torino, quindi nel 2007, a quasi settanta anni di distanza da quell'avvenimento, mi è venuta l’ispirazione di riprendere in forma un po’ diversa questi due personaggi dei fumetti della mia infanzia, il Brunod e il conte appunto, in un dipinto a olio su tela che è stato tra l’altro molto apprezzato in occasione della mia personale tenutasi nei prestigiosi locali del Palazzo della Promotrice delle Belle Arti a Torino in quello stesso anno. L’ispirazione è fondamentale in questo lavoro ed io ho sempre idee in testa, fortunatamente non soffro della sindrome da tela bianca. Quand’ero più giovane per motivi di tempo dipingevo spesso di notte, oggi posso permettermi di dipingere ogni qualvolta ritengo di avere un’energia da liberare. I colori sono libertà d’espressione allo stato puro, i miei fidi compagni di viaggio che mi consentono di esplorare mete sconosciute per mezzo di un’apparentemente innocua pennellata.


Franco Frassoni, “Il duello tra Marco Brunod e il conte di Champorcher”, olio su tela, particolare


Non sono stati pochi i critici e storici dell’arte a definire la sua pittura “riposante” sebbene lei utilizzi abitualmente colori forti e potenti ai quali conferisce una notevole carica emotiva. Come riesce a trasmettere a chi osserva un suo quadro sensazioni di tranquillità e di spensieratezza pur non rinunciando a cromie così squillanti?

Cerco di fare entrare le persone che osservano una mia opera in un mondo parallelo, il mio mondo, che il più delle volte richiama la realtà pur essendo ben diverso da essa. Non sono un pittore che di fronte a domande di questo genere dice “chiedete ai critici che io penso solo a dipingere”. Mi fa molto piacere che le firme più autorevoli scrivano di me, al tempo stesso ritengo comunque di avere una mia visione delle cose, in particolare delle cose che faccio e che quindi mi riguardano direttamente, direi nel profondo. Perché nelle mie opere metto tutto me stesso, poi un quadro può anche non piacere e questa per fortuna è una questione squisitamente soggettiva, vorrei però riuscire a trasmettere ogni volta all’osservatore l’impegno che ho profuso nella singola realizzazione. Considerata la sua domanda evidentemente ci riesco abbastanza spesso!

Ad un occhio attento non può sfuggire il fatto che nelle sue opere non sono mai rappresentate scene di violenza, a me ad esempio viene subito in mente “Torero” del 1974 dove tra uomo e animale sembra andare in scena un allegro balletto più simile ad uno spettacolo circense che ad un duello mortale. Mi può descrivere i contenuti di questa sua opera?

“Torero” è uno dei miei primi quadri a olio su tela. La scena è ambientata in una “plaza de toros” spagnola, al centro spiccano il torero e il toro. Sugli spalti due carabinieri controllano il regolare svolgimento della corrida. Come ha fatto giustamente notare non ho voluto mettere in scena una corrida nei suoi connotati violenti, difatti il torero è armato solo di un telo rosso, mentre il toro sembra tutt’altro che infuriato. Inoltre va detto che eccezion fatta per i due carabinieri non c’è pubblico ad assistere allo spettacolo. In questo quadro ho cercato di mostrare la corrida a modo mio, esorcizzandola e privandola dei suoi contenuti cruenti, dal momento che normalmente in un contesto del genere lo spargimento di sangue viene purtroppo visto come elemento di spettacolarità. In altre due opere, “L’urlo” e “La sosta”, credo sia evidente la mia volontà di rappresentare eventi anche tristi o comunque sgradevoli evitando di “aggredire” l’osservatore. “L’urlo” risale ai primi anni Settanta, il periodo è all’incirca lo stesso di “Torero”, qui abbiamo una donna che si dispera per la prematura scomparsa di un parente a lei prossimo, rappresentato in senso orizzontale, senza più le fattezze del volto umano, come un pupazzo inanimato. Il cielo è nero, se non fosse per un piccolo squarcio di azzurro, lo spazio della speranza, situato in alto sulla destra del quadro. In “La sosta”, un’opera realizzata circa trent’anni dopo “Torero” e quindi molto più recente, ho invece rappresentato una scena di prostituzione per strada: la location, una stradina di campagna con un cielo particolarmente nuvoloso, è già di per sé degradante, emerge qui la sofferenza e l’inadeguatezza di queste donne, nelle intenzioni non molto dissimili dalla donna de “L’urlo” alla quale accennavo prima.


Franco Frassoni, “Torero”, olio su tela


Franco Frassoni, “L'urlo”, olio su tela


Franco Frassoni, “La sosta”, olio su tela


Nel quadro intitolato “One hundred thousand U.s.a. dollars” lei stima che entro pochi mesi il valore di un suo dipinto a olio raggiungerà quota centomila dollari. Provocazione o realtà?

Bella domanda! L'idea mi è venuta perché molti artisti del passato hanno vissuto di stenti senza che il loro talento venisse riconosciuto. Una volta scomparsi, ecco che le loro opere sono andate letteralmente a ruba raggiungendo quotazioni sempre più elevate. Questo per spiegare che nessuna strada è preclusa, nelle cose che si fanno bisogna metterci sempre tanta passione, chiaro che un po’ di fortuna aiuta... quindi, sì, potrebbe trattarsi di provocazione e realtà allo stesso tempo, in ogni caso per fortuna non sono gli artisti a fare il mercato, anzi, spesso chi dipinge è soltanto una marionetta nelle mani di galleristi e mercanti senza troppi scrupoli. Non è il mio caso, io dipingo perché mi diverto e se non provassi più le stesse sensazioni smetterei subito. Ovviamente mi riservo di valutare eventuali proposte di collaborazione a patto che siano oneste e sensate.


Franco Frassoni, “One hundred thousand U.s.a. dollars”, olio su tela


Quali sono i motivi che la inducono a preferire la pittura a olio rispetto ad altre tecniche espressive?

Non c’è una ragione precisa, semplicemente mi trovo meglio a lavorare con i colori a olio, non escludo si tratti anche di abitudine. Ogni tanto comunque mi diverto ancora a fare dei disegni a mano libera, su un comunissimo foglio bianco, utilizzando la matita o in alternativa la penna. Mi piace fare delle caricature, disegnare personaggi da me creati al momento sullo stile dei fumetti. Negli anni Settanta ho realizzato anche alcuni acquerelli che conservo tuttora gelosamente, la tecnica a olio però mi ha sempre regalato le maggiori soddisfazioni. A costo di passare per un individualista mi sento di affermare che un’opera deve prima appagare me, poi in secondo luogo mi auguro possa incontrare i favori del pubblico.

Lei si considera un artista figurativo?

Non completamente. Negli anni Settanta, ai miei primi approcci con la tecnica a olio, probabilmente adottavo uno stile più figurativo di adesso. Un decennio più tardi ho infatti cominciato a dipingere alcuni quadri che tendevano un po’ all’astratto, questo sebbene fossero presenti elementi tipici dell’arte figurativa. Recentemente ho dipinto altri quadri con connotazioni astratte senza però mai abbandonare totalmente la componente figurativa. Mi sento comunque un artista contemporaneo, incuriosito dalla modernità ma non dalle mode, per il resto condivido il concetto espresso dal Maestro Giovan Francesco Gonzaga in una intervista televisiva andata più volte in onda su Telemarket: “se io vedo una pianta devo ritrarre una pianta, se vedo un cavallo devo ritrarre un cavallo” e così via. Anche secondo me è fondamentale per l’artista riuscire a trasmettere a chi osserva quali erano le sue intenzioni al momento della composizione dell’opera, il messaggio che voleva dare di sé stesso e del suo lavoro. Se per assurdo un collega mi fa vedere un quadro con un cavallo e mi dice che quello per lui è un armadio, tale ipotetico pittore potrà anche essere un grande intellettuale ma rischia di non essere preso sul serio da nessuno!


Giovan Francesco Gonzaga, “Il corsiero bianco”, olio su tela


Quali colori trovano più facilmente spazio sulla sua tavolozza e perché?

Sicuramente il blu e l’azzurro. Non è un mistero che i miei soggetti preferiti sono i paesaggi, possibilmente incontaminati, spesso privi di entità fisiche, siano esse umane o animali. Il cielo è per me l’elemento più importante di un paesaggio, l’elemento che può fare la differenza tra un’opera degna di nota e un’opera dozzinale. Se poi sono alle prese con una marina, l’azzurro e il blu, nelle loro varie tonalità, sono ovviamente predominanti. E le marine sono quelle che prediligo dipingere, anche più di uno scenario campestre che invece si potrà caratterizzare per la presenza del giallo, del verde, magari del rosso e perché no di un po’ di viola. Il giallo deve essere un bel giallo, acceso e inebriante, il verde mai troppo scuro a meno di casi particolari, il rosso lo uso solitamente con moderazione così come il viola che mi serve per dare il tocco giusto ad una determinata parte del quadro. Amo queste cromie perché mi piace, a lavoro finito, osservare l’effetto che le varie combinazioni di colore creano, quasi fondendosi tra loro in una per me essenziale armonia d’intenti.

Ha ancora senso dipingere nel ventunesimo secolo oppure a suo modo di vedere la fotografia ha soppiantato o soppianterà in un futuro non troppo lontano l’arte pittorica?

La fotografia è una cosa, la pittura è un’altra. E’ sacrosanto affermare che rispetto all’epoca delle incisioni rupestri l’arte pittorica svolge oggi una funzione totalmente differente. Allora nessun attimo poteva essere immortalato per sempre, da qui l’importanza direi vitale del disegno e delle incisioni su pietra dei nostri antenati. Personalmente sono stato anche fotografo dilettante nel senso che non l’ho mai fatto come mestiere, sono comunque assolutamente convinto che una cosa non escluda l’altra. E’ un po’ il discorso che coinvolge i quotidiani: la stampa cartacea ha una funzione di approfondimento, quella online adempie ad altre necessità come il bisogno di immediatezza nell’informazione. Potrei pertanto dirle che la fotografia focalizza un volto o una scena così com’è nella realtà pur essendo il suo simulacro, mentre la pittura è una sorta di doppia finzione… ad un primo livello perché non riproduce la realtà così com’è e ad un secondo livello perché ciò che viene mostrato è visto attraverso le percezioni sensoriali dell’artista. Sia la fotografia che la pittura “vendono” sogni e possono quindi convivere pacificamente su questo pianeta.

Pochi mesi dopo le mostre personali che ha tenuto al Palazzo della Promotrice delle Belle Arti a Torino e al Palazzo Comunale di Grugliasco (Torino) è stato dato alle stampe il suo volume autobiografico “A vele spiegate” pubblicato dalle Edizioni Angolo Manzoni. Per quale motivo un pittore imprenditore, come lei si definisce, ha deciso di scrivere un libro sulla sua vita?

Sostanzialmente avevo voglia di fare qualcosa di diverso. Se cinque anni fa mi avessero detto che nel giugno 2008 sarebbe uscito un mio libro, onestamente non ci avrei creduto. Già riuscire a farsi pubblicare un libro è un privilegio che spetta a pochi, come avrei potuto solo pensare ad una eventualità del genere? Anche lei che in questo momento mi sta intervistando ha avuto un ruolo importante nella mia decisione di scrivere “A vele spiegate”. Se ne chiacchierava insieme già da diverso tempo, poi finalmente il progetto che pareva più che altro una divertente boutade si è tramutato in realtà. Sa com’è, a forza di parlarne io e lei ci siamo evidentemente accorti che di episodi da raccontare ce n’erano parecchi. Il prossimo 22 dicembre compio 78 anni, non vado in giro a vantarmene e nemmeno me ne dolgo perché so che non servirebbe. Ma nella mia mente, e questo l’ho anche riportato nel libro, so che mi sentirei di arrivare tranquillamente a festeggiare il mio primo centenario. Non lo prenda come uno scherzo, sono consapevole di non avere più il fisico per giocare una partita di calcio, praticare la savate né tantomeno dipingere dieci quadri al giorno, ciononostante credo di avere ancora delle buone cartucce da sparare… o forse è solo perché mi piace troppo vivere e crogiolarmi nella cosiddetta “età della saggezza” senza avere alcuna fretta di addentrarmi in premature esperienze ultraterrene!

Trovo sia particolarmente curioso il sottotitolo del libro, “Segreti confessabili di un pittore imprenditore”. Mi dica la verità, allora non ha proprio vuotato il sacco scrivendo la sua storia?

In “A vele spiegate” ho raccontato la mia storia di uomo, di imprenditore e di pittore, promettendo a me stesso di essere il più scorrevole possibile, senza voler in alcun modo appesantire la lettura. Le biografie costituiscono un genere letterario affascinante, spesso però si rischia di essere noiosi… ecco, io questo l’ho voluto evitare, a costo di “asciugare” un po’ la narrazione senza raccontare ad esempio delle giornate che trascorrevo in ufficio sommerso dalle pratiche. Ho cercato di fornire la mia visione sulla vita e sulle cose del mondo, come al solito seguendo i miei criteri, svelando anche dettagli sulla mia vita privata che prima di “A vele spiegate” non mi sarei mai sognato di raccontare. Sono sempre stato un tipo riservato, tutt’altro che approfittatore dal momento che all’epoca della mia esperienza da vice segretario nazionale del S.I.L.T. (Sindacato Italiano Lavoratori Turismo) se dovevo prendere il tram me lo pagavo personalmente, quando invece avrei potuto usufruire di particolari agevolazioni. Non dico quindi di essere andato troppo nel profondo perché a mio parere ogni biografia deve soffermarsi unicamente sui fatti più interessanti che hanno riguardato o riguardano il percorso esistenziale di un determinato personaggio, tuttavia credo di non aver tralasciato i passaggi più rilevanti della mia vita.

Lei oggi si sente più pittore o più imprenditore?

Ho fatto l’imprenditore per quasi quarant’anni e da quando ho lasciato il settore delle spedizioni mi dedico completamente al mestiere di pittore, l’ho anche fatto scrivere quando ho rinnovato la carta d’identità. Ma in fin dei conti se sei stato un imprenditore lo rimani sempre… imprenditore di me stesso, naturalmente!

La sua prima presa di contatto con il mondo dell’arte.

Alla Galleria Rotta in Via XX Settembre a Genova nelle vesti di visitatore curioso. Parlo di molti anni fa, quando le gallerie erano quasi sempre piene di gente e ci si scambiavano impressioni sull’artista di turno. Oggi vai in galleria e ti viene da piangere… ormai è un po’ come entrare in un eremo! Il futuro secondo me sono i centri commerciali, i punti di aggregazione, meglio ancora se si può contare sull’appoggio di istituzioni o di enti pubblici. L’arte deve andare dove c’è passaggio, anche quello casuale, costituito da persone che si trovano in quel determinato luogo magari solo per comperare un frullatore e già che ci sono si fermano a vedere i quadri, altrimenti è tutto inutile e si perde solo del tempo. Sotto questo punto di vista spesso le gallerie d’arte spaventano una buona fetta di potenziale pubblico che preferisce non entrare in quanto si sentirebbe come obbligato ad acquistare le opere, anche se ovviamente non è così. L’ideale sarebbe uno spazio arioso, possibilmente non un garage o uno scantinato, immerso in un’area verde, una sorta di piccola oasi dove le persone non si sentano soffocare e siano invogliate a venire con la stessa naturalezza di quando d’estate si scende in spiaggia per l’aperitivo serale.

Il suo successo più recente?

Avere accettato di fare questa intervista! Scherzi a parte le dirò che ultimamente una bella soddisfazione è derivata dall’essere riuscito a vedere pubblicata la mia autobiografia. Tempo fa avevo letto di un regista cinematografico che dichiarava, a proposito di un suo film, che il successo di quel lavoro non aveva nulla a che vedere con gli incassi registrati al botteghino. L’importante era realizzare materialmente il progetto, nel caso specifico un film, che rappresentava in quel momento il sogno da inseguire, un sogno peraltro non così impossibile da tradurre in realtà. Lo stesso ragionamento posso farlo per il mio libro: si trattava di un qualcosa che avevo in mente di iniziare e di portare a termine, peraltro il più rapidamente possibile, com’è nella mia natura di uomo costantemente proteso verso nuove sfide, soprattutto con me stesso. Sono egoisticamente convinto che il successo di “A vele spiegate” si possa pertanto misurare non sulla base delle vendite in libreria quanto piuttosto analizzando la mia personale, oserei dire intima soddisfazione di essere riuscito a compiere la mia “impresa”, quella di scrivere un testo che è poi diventato un libro. Chi di mestiere fa lo scrittore potrà facilmente capire che cosa intendo.

Il momento più memorabile di una mostra per un artista?

L’inaugurazione. Sei il protagonista della serata e ti senti al centro del mondo. Personalmente la mattina successiva inizio già a pensare a ciò che farò dopo quella mostra.

Una delle mostre più belle che ha visto e che ricorda con piacere?

Forse la mostra dedicata alcuni anni addietro a Salvador Dali nelle sale di Palazzo Bricherasio a Torino, ma anche quella di Antonio Nunziante allestita di recente nel Palazzo della Promotrice delle Belle Arti. E poi naturalmente tutte le mie mostre, in particolare le personali alla Promotrice di Torino!


Salvador Dali


La mostra che le è piaciuta di meno?

La retrospettiva del fotografo Robert Mapplethorpe alla Promotrice di Torino. In verità di questa mostra ho visionato soltanto il catalogo stampato da Skira… chi ha orecchie intenda, mi è bastato quello che ho visto e ritengo di avere abbastanza buon gusto da non aggiungere ulteriori dettagli.

L’opera d’arte che vorrebbe aver realizzato lei?

Mi sarebbe piaciuto decorare la Cappella degli Scrovegni di Padova che fu affrescata da Giotto.

Quale opera acquisterebbe se potesse disporre di illimitate risorse economiche?

“L’urlo” di Edvard Munch, così lo metterei accanto al mio! Oppure un qualsiasi paesaggio di Vincent Van Gogh.


Edvard Munch, “L’urlo”, olio su tela, particolare


Coltiva altre passioni oltre a quella per l’arte?

La politica, le notizie di cronaca, i telegiornali. Cerco sempre di essere informato su ciò che accade nel mondo, per me si tratta di una necessità irrinunciabile, davvero non saprei farne a meno. Quando so di avere del tempo libero mi “fiondo” in edicola e acquisto due o tre quotidiani che leggo pagina dopo pagina nello stesso giorno, inoltre seguo i telegiornali delle varie reti in televisione. Sono invece un telespettatore occasionale e distratto per quanto riguarda le partite di calcio, i Gran Premi di Formula Uno e le gare di MotoGP. Tifo Sampdoria anche se con molta meno foga di una volta. Nell’aprile 2008 ho aperto un Blog ospitato su www.lastampa.it, quindi nello scorso luglio l’ho chiuso per aprirne un altro, a mio parere decisamente più interessante nella grafica, che potete trovare all’indirizzo http://blog.libero.it/francopittore dove parlo di me, delle mie esperienze, di quello che si legge sui giornali… inoltre ho anche una pagina personale visibile sul famoso social network Facebook . E’ un duro lavoro ma qualcuno deve pur farlo!

In che cosa si impegnerebbe se non facesse l’artista?

Chissà, forse proverei a fare qualcosa in politica. Magari con un mio partito, tanto uno più o uno meno… a parte tutto non riuscirei a starmene con le mani in mano, nemmeno con tutta la buona volontà di questo mondo. Adesso in fondo sono un pensionato a mezzo servizio, nel senso che non sono un pensionato nel vero senso della parola, e ammetto che a volte me le vado a cercare!

Che lavoro sognava di fare quand’era bambino?

Il pilota di aerei da caccia tipo il North American P-51 Mustang impiegato durante la Seconda Guerra Mondiale. In seguito, quando ero un po’ più grandicello, mi sarei “accontentato” di intraprendere una più tranquilla carriera da giornalista. Alla fine ho fatto l’imprenditore e poi il pittore ma non ho rimpianti, sono contento così.


un North American P-51 Mustang in azione


Qualcosa che avrebbe potuto fare ma alla fine non ha fatto?

Il dirigente dell’A.C.I. (Associazione Cattolica Italiana). Mi riferisco all’epoca in cui lavoravo all’American Express in Piazza Acquaverde a Genova, inizialmente in qualità di office boy, cioè ragazzo tuttofare. Ho fatto anch’io la mia gavetta. Ero iscritto all’A.C.I. e ad un certo punto mi venne proposto di subentrare al presidente ormai giunto a fine mandato. Dovetti purtroppo declinare l’offerta a causa dei pressanti impegni di lavoro che non mi avrebbero consentito di svolgere in modo adeguato quell’incarico. Col senno di poi posso dire di aver fatto bene a seguire il mio istinto, difatti in breve tempo sono riuscito a diventare capo reparto dell’ufficio spedizioni dell’American Express di Genova prima di rassegnare le dimissioni e aprire una nuova azienda con alcuni soci.

Forse è una domanda che non le giunge nuova, ma per quale motivo nel 1967, quando ha aperto la sua azienda, ha scelto il nome Sander’Son, che tradotto letteralmente significa “il figlio di Sander”?

Ad onor del vero si tratta di una domanda che mi è stata posta molto raramente. In ogni caso quella che ho fondato era una azienda di spedizioni marittime internazionali, serviva quindi un nome internazionale, possibilmente americano visto che si lavorava parecchio con gli Stati Uniti. Mi è venuto in mente questo nome, suonava bene e ho deciso di chiamare così l’azienda.

Quali fattori l’hanno convinta a cedere la Sander’Son dopo oltre trentacinque anni di onorata attività?

Premetto che ho sempre amato il mio lavoro, non sono mai stato uno di quelli che aspettavano il fine settimana per pronunciare la fatidica frase “grazie a Dio è venerdì”. Dico questo sapendo anche di essere stato fortunato, perché se il mio lavoro non mi fosse piaciuto allora oggi parlerei diversamente. Nell’ultimo periodo di attività della Sander’Son l’acquisizione di traffici era divenuta via via più difficile, è innegabile che il nostro settore stesse attraversando una fase di recessione, inoltre cominciava a prendere corpo la mia idea di dedicarmi con più attenzione al mestiere di pittore. Ho fatto due più due e il passaggio è avvenuto naturalmente. E’ stata comunque una scelta ponderata, per me assolutamente indolore nonostante i tanti anni trascorsi da presidente e amministratore delegato della Sander’Son. E se non avessi preso la decisione di concentrarmi su nuovi obiettivi forse lei non mi starebbe facendo questa intervista…

Come si definirebbe utilizzando tre semplici aggettivi?

Imprevedibile, scontroso, insofferente! Ma forse basterebbe dire Franco Frassoni…

Tre cose che si porterebbe appresso su un’isola deserta.

Un foglio di carta per scrivere o disegnare, una tela e la mia cassetta di colori a olio.

Com’è casa sua?

E’ come essere ad una mostra di quadri… roba da far invidia a più di un collezionista!

Il regalo più gradito?

Il regalo utile… se avessi più spazio direi un cavalletto nuovo!

Che cosa la fa arrabbiare?

Le ingiustizie, il comportamento dei nostri politici, a volte quello che leggo sui giornali… ma se è una giornata storta ci vuole molto poco per farmi perdere la pazienza.

Un pregio di cui va particolarmente orgoglioso.

L’onestà. Non ho mai cercato di fare le scarpe a nessuno, chi mi conosce lo sa.

Un difetto che non ha mai voluto ammettere.

Detesto non avere ragione… ma in alcuni casi può anche essere un pregio!

La cosa di cui va più fiero.

Quando qualcuno mi scrive e mi ringrazia per avergli regalato delle emozioni.

Il suo più grande errore.

Non riuscire a smettere di invecchiare… a parte ciò di errori ne commettiamo tutti ma se anche guardo al passato non ritengo di avere niente da rimproverarmi.

Le canzoni che ascolta più volentieri.

Amo molto “Gonna fly now” composta da Bill Conti per il primo “Rocky” interpretato da Sylvester Stallone ma al primo posto metto “I will survive” cantata da Gloria Gaynor. Il titolo racchiude in sé la mia filosofia di vita, non arrenderti mai e non prendere le cose troppo sul serio, tutto prima o poi si risolve. Sono ottimista per natura e cerco sempre di vedere il bicchiere mezzo pieno, “I will survive” resta comunque la mia preferita. Niente musica mentre lavoro però, in tal caso il silenzio favorisce la concentrazione tanto che persino lo squillo di un telefono potrebbe risultarmi insopportabile.

Tre film che rimpiangerebbe di essersi perso.

Difficile elencarne solo tre. Comunque dico “Johnny Guitar” con Sterling Hayden e Joan Crawford (1954), “Il padrino” di Francis Ford Coppola (1972) e mi viene in mente anche “Via col vento” con Clark Gable e Vivien Leigh (1939) che è un film incredibile se pensiamo all’epoca in cui è stato realizzato. Più recentemente ho visto “Vanilla sky” (2001) in televisione: la trama è un po’ troppo inverosimile per i miei gusti ma ho apprezzato la scena in cui il protagonista Tom Cruise gira per le strade di Manhattan al volante di una Ferrari 250 GTO del 1962 e si ferma allibito in una Times Square inaspettatamente deserta. Mi sono ricordato dei miei trascorsi newyorchesi, ampiamente dibattuti nel mio libro “A vele spiegate”, e di quando passeggiavo a Manhattan che era decisamente più affollata rispetto alla scena di “Vanilla sky”!


da sinistra verso destra Vivien Leigh in “Via col vento” e Joan Crawford in “Johnny Guitar”


da sinistra verso destra Marlon Brando in “Il padrino” e Tom Cruise a Times Square in una scena di “Vanilla sky”


Nel libro “A vele spiegate” due capitoli trattano dei suoi numerosi soggiorni all’estero. A quale di questi viaggi si sente più legato?

In qualche modo devo dire di essere legato a tutti i viaggi che ho effettuato. In Nigeria ad esempio ho soggiornato una settimana ma non è stato affatto semplice… l’Africa è un continente affascinante ma tra il caldo e il fatto che mi trovavo a chilometri di distanza da casa in una terra per me sconosciuta non posso dire di essermi trovato perfettamente a mio agio. La mia meta preferita per un viaggio era ed è tuttora New York, anche se come ho scritto in “A vele spiegate” mi piacerebbe sempre cambiare dividendomi tra una località e l’altra, magari grazie al pulsante di un telecomando! Un viaggio che vorrei fare? All’interno di un mio quadro che esplorerei nelle vesti di turista… un po’ sulla falsariga di ciò che accade nell’episodio “Corvi” del film “Sogni” di Akira Kurosawa (1990) in cui il protagonista, in visita ad un museo, viaggia dentro alcune famose opere di Vincent Van Gogh.


Akira Kurosawa


Auto o moto?

Moto, assolutamente! E’ indescrivibile la sensazione che si prova quando si sente il vento sul casco… soltanto chi nella sua vita è stato motociclista può sapere a che cosa mi riferisco. Conservo dolci ricordi del mio peregrinare in sella alla mia MV Agusta 175. Allora si viaggiava bene, le strade non erano pericolose come oggi anche se chiaramente non esistevano limiti di velocità. Non mi si fraintenda, fortuna che i limiti sono stati introdotti, dico semplicemente che negli anni Cinquanta-Sessanta erano pochi gli utenti della strada e quindi non si era ancora sviluppata una “cultura” per quanto riguarda la sicurezza. Ho posseduto anche belle automobili, per diversi anni sono stato un alfista convinto e oltre alla sportivissima 1750 GT ho avuto la mitica Giulietta, molto popolare negli anni Ottanta, in seguito mi sono comperato una Alfa Romeo 75. Devo ammetterlo, qualche sfizio me lo sono tolto, d’altra parte ero molto spesso in giro ad incontrare potenziali clienti e non potevo certo lesinare sulla benzina. A mio parere un altro marchio all’avanguardia è Mercedes, ricordo che in un mio viaggio ad Amburgo, nella Germania del Nord, se ne vedevano di tutti i tipi, una più grande dell’altra… parlo per esperienza personale dal momento che ho avuto una E 190 e più tardi una C 180, due valide vetture, entrambe costruite dalla Casa di Stoccarda. Ma se avessi qualche anno di meno e dovessi scegliere non rinuncerei alle emozioni che solo la moto può regalare.

Lavorare nel mondo dell’arte tra cocktail, presentazioni e vernissage stuzzicherà certamente l’appetito. Quali sono le sue preferenze in ambito culinario?

I miei gusti culinari sono rimasti immutati nel tempo. Pasta, pasta e ancora pasta. Al pesto, al pomodoro… condimenti semplici. Di antipasti, secondi e verdure potrei farne tranquillamente a meno, le confesso che ogni tanto mi concedo un dessert anche se dovrei andarci piano, su questo punto mia moglie non transige!


spaghetti al pesto


Un giudizio spassionato su L’Angolo del Webmaster che le dedica questo numero?

Non potrebbe essere che positivo, visto anche lo spazio che mi è stato riservato. Buon lavoro e un sincero in bocca al lupo per il futuro.


Ormai si è fatto tardi, è il momento di lasciare Franco Frassoni alle sue tele, ai suoi libri che troneggiano sul tavolo posto nella sala espositiva, magari anche ai pensieri che ha voluto tenere per la prossima volta o per qualcun altro che non mi è dato sapere. Domani è un altro giorno, sentenziava una risoluta Rossella O’Hara (l’attrice Vivien Leigh) in “Via col vento”. Ma per incontrare personalmente il Maestro non avete che da recarvi nella sede dell’Associazione Culturale Sulla Parola in Via Cibrario 28 dal mercoledì al sabato tra le ore 17 e le 19.30, o in alternativa fissare un appuntamento telefonico al numero 333. 2951739 per concordare giorni e orari in cui visitare la mostra, aperta fino al prossimo 27 settembre.

Il Direttore


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