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a cura di Ermanno


Arte & Comunicazione

Un impianto wittgensteiniano per la critica d’arte

n. 62
27 gennaio 2009
(data di pubblicazione sul sito)



il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein, il cui pensiero occupa un ruolo centrale nel lavoro di Antonietta Nista



Qual è oggi il ruolo ricoperto da chi scrive d’arte? Un ruolo certamente delicato, anche se spesso chi opera in questo ambito preferisce trincerarsi dietro un fin troppo compassato silenzio. Si scrive, magari dietro compenso, per quegli artisti disposti a tutto pur di appendere in bacheca un parere critico, ma si è poi riluttanti nello svelare al pubblico il proprio metodo di approccio all’arte. Non è questo il caso della redattrice de L’Angolo del Webmaster Antonietta Nista che in questo numero propone la sua personale visione dei fatti in merito, senza peraltro ricorrere a filtro alcuno. Un primo passo di avvicinamento verso l’approfondita ricerca da lei condotta nei meandri del mondo artistico di un artista discusso e (forse) discutibile il cui nome è Maurizio Cattelan. Prossimamente sulle pagine della presente rubrica. (I.D.)


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Premetto che il mio atteggiamento è di tipo assolutamente sperimentale, ne sono pienamente consapevole e so anche molto bene che potrebbe destare l’antipatia di qualcuno.
Non giudico e non critico. Propongo.
Ho cercato di unire il rigore filologico e l’approfondimento dettagliato e accurato con la fantasia letteraria. Un po’ perché il personaggio me lo imponeva, un po’ perché la mia linea di ricerca si rivolge proprio verso questo genere di sintesi.
La critica d’arte, a mio personale e confutabile parere, a volte prende risvolti troppo specialistici, rivolti principalmente agli intenditori o agli addetti ai lavori stessi, creando così un circolo vizioso da cui risulta impossibile uscire e in cui risulta impossibile entrare.
Questo atteggiamento non fa che allontanare ancora di più l’arte contemporanea dal grande pubblico, rimarcando, in maniera irreversibile, l’autoreferenzialità che già di per sé caratterizza il fare di molti artisti del nostro tempo.
La critica dovrebbe rappresentare quel ponte, laddove il percorso risulta impossibilitato e aprire nuove strade di percorrenza a tutti, o più o meno, laddove di strade sembra non ce ne siano più.
Il lavoro dei critici d’arte è rispettabilissimo e ben fatto, su questo non c’è dubbio.
Desidero, soltanto, fare in modo che il parlare d’arte, sempre meno importante della fruizione diretta dell’opera (personale e confutabile parere) si trasformi in un’avventura divertente, certo non completamente libera da quelle difficoltà che un’arte problematica comunque comporta, ma, tutto sommato, apparentemente leggera e di facile comprensione.
Il fine è cercare di stimolare la curiosità del fruitore che, ovviamente, dopo aver letto il pezzo, dovrebbe sentire l’urgenza di andare a scrutare direttamente l’opera.
Per non dimenticare che il lavoro del critico d’arte dev’essere funzionale all’arte e non altro dall’arte. Non una materia a se stante, ma una materia di interazione, di complementarietà, di reciprocità.
Il mio comportamento ambivalente sottolinea l’idea che anche il fare del critico d’arte possa, in un certo senso, tingersi di artistico.
Cercando di cogliere l’anima, gli intenti e la poetica delle opere di cui parla, egli potrebbe proporsi di studiare un modello intrigante e avvincente per presentarle e offrirle al pubblico. Non semplicemente in maniera didascalica e descrittiva, ma in una forma originale e narrativa, per evitare di dire che tale opera esprime una tale cosa. Attraverso l’inserimento dell’opera in un certo contesto narrativo fare in modo che il suo significato e il suo valore effettivo emergano per il solo fatto di essere l’opera.
Opera e significato non si distinguono in due livelli separati, ma l’uno esiste a causa dell’altro. C’è tra di essi uno stretto rapporto di causalità.
Spesso pare che la critica d’arte contemporanea parli d’altro, un po’ perché la materia di discussione, fortunatamente, è sempre più scivolosa e ambigua, un po’ perché la difficoltà del linguaggio e della costruzione sintattica fanno sfuggire i concetti come se slittassero sul grasso. Si ha sempre l’impressione di girare in tondo senza mai giungere al punto.
L’impianto che ho scelto, come linea di ricerca, pone le fondamenta nel discorso linguistico wittgensteiniano, secondo il quale le proposizioni non devono dire qualcosa sul mondo, nel caso specifico sull’arte, ma, attraverso la propria struttura, mostrarlo.
La tesi, dalla sua stessa struttura bizzarra, fuori dalle regole (si pensi che comunque l’ho presentata come Tesi di Laurea), mostra qualcosa sugli atteggiamenti di Cattelan. Piuttosto che sprecare inchiostro per accompagnare il fruitore, passo per passo, attraverso la lettura accademica, e a tratti noiosa, delle opere, ho preferito accompagnare il fruitore attraverso avventure rocambolesche, singolari e stravaganti in cui l’artista stesso, o i suoi lavori, sono protagonisti. Lo scopo è puntare al cuore della poetica e lasciare più tracce di diecimila battute, spazi inclusi.
L’approfondimento diventa più complesso, forse più completo, e manifesta quanto le cose tendano, pur rimanendo diverse, a creare un un’unità.
Tutto questo discorso parte da una posizione ben definita. Il potere delle immagini è tale che non c’è affatto bisogno di aggiungere nuovi valori con le parole. E viceversa.
Il codice verbale e il codice visivo non adempiono bene al compito di chiarimento reciproco. Ognuno si esprime da sé, ognuno si cura di sé. La diversità è l’unica cosa che li rende uguali.
Proprio perché l’immagine punta all’immediato e la parola al mediato non è vantaggioso che i due ambiti interferiscano tra loro. Parlare d’arte è come fare la parafrasi di una poesia. Sicuramente, essa serve ad illuminare sul significato, ma in questo modo, dopo aver colto il significato, si perde il significante, si perde dunque la poesia stessa. La metrica, il suono delle vocali, il loro potere evocativo.
La poesia dovrebbe essere spiegata da un’altra poesia. Un poeta dovrebbe essere tradotto da un altro poeta. L’arte dev’essere filtrata da artisti.
Ciò non significa rigidamente che solo gli artisti possano parlare d’arte, ma che chi parla d’arte deve essere mosso da uno spirito artistico che non faccia perdere all’opera, attraverso l’uso pesante, cavilloso e complicato delle parole, la poesia.
Allora, per spiegare le immagini bisogna utilizzare altre immagini.
Visto che, però, gli strumenti dei critici sono appunto le proposizioni, facciamo in modo che queste proposizioni non si perdano in sterili e barbose disquisizioni intorno all’opera, ma che siano capaci di creare altre immagini in cui inserire le opere. Racconti, storie, avventure dal forte rigore filologico e di approfondimento unite allo spirito artistico che ogni opera o complesso di opera porta in sé. Capire, di volta in volta, qual è l’animus del gesto, dell’azione di ogni lavoro.
Concludo, così come ho esordito, che il mio atteggiamento è di tipo assolutamente sperimentale, ne sono pienamente consapevole e so anche molto bene che potrebbe destare l’antipatia di qualcuno.
Non giudico e non critico. Propongo.

Antonietta Nista

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