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a cura di Ermanno


Storie di Sport

D’in su la vetta…

n. 66 / 67
numero doppio
20 febbraio 2009
(data di pubblicazione sul sito)



il video della canzone “Rimini” dei Les Wampas dedicata a Marco Pantani



Viale Regina Elena, lungomare di Rimini, residence Le rose, 14 febbraio 2004. Basterebbero questi elementi per risvegliare nella mente di molti tifosi attimi di vita che tutti vorrebbero dimenticare. E’ il giorno di San Valentino ma per Marco Pantani, l’ultimo grande campione che a tutt’oggi l’Italia del ciclismo ha avuto tra le sue fila, è l’Armageddon. Trovato morto nella sua stanza, ufficialmente a causa di un arresto cardiaco verificatosi in seguito ad una overdose di cocaina come riferirà poi l’autopsia, così si concludeva l’esistenza di uno sportivo amato ma altrettanto invidiato, soprattutto da chi non poteva non ravvisare in lui un paragone scomodo.
Marco, perché vai così forte in salita?, gli chiese una volta il giornalista Gianni Mura. Per abbreviare la mia agonia, fu la sua risposta. Già, l’agonia, una lotta tra la vita e la morte per soffrire il meno possibile, una lotta che probabilmente coinvolgeva Marco Pantani più dal punto di vista umano che da quello della competizione sportiva. Si sa che andare in bicicletta è uno degli sport più faticosi e fisici che esistano, va però detto che per il Pirata, così lo chiamavano le straripanti ciurme di sostenitori, il ciclismo rappresentava qualcosa di più, un modo di vivere e di affrontare le numerose avversità quotidiane. Inforcare la bici e via in velocità, accarezzato dal vento, lontano dagli assillanti problemi che talvolta ci impediscono di sentirci realizzati. I muri e la strada, spiegava il filosofo francese Jean Baudrillard riferendosi al vero senso della comunicazione che a suo modo di vedere non poteva passare attraverso un canale di natura meccanica. I muri e la strada per sentirsi finalmente libero e in pace col mondo, si potrebbe dire per Marco Pantani che ha dato al ciclismo più di quanto i personaggi che gravitavano in questo sport gli abbiano riconosciuto.

Nato a Cesena il 13 gennaio 1970, in gioventù si cimenta nel calcio, almeno fino a quando il nonno non gli regala la sua prima bicicletta. Da lì alle competizioni tra ciclisti dilettanti il passo è breve e Marco Pantani lo compie con apparente naturalezza. I primi successi in sella arrivano da tesserato del Gruppo Cicloturistico Fausto Coppi di Cesenatico, graziosa località della Romagna nota come luogo di villeggiatura e, per quanto mi riguarda, per essere stata anche location delle riprese del divertentissimo film cult anni Ottanta Acapulco prima spiaggia… a sinistra con Gigi e Andrea protagonisti. Chiaro, fino all’ascesa di Marco Pantani che nel 1990, appena ventenne, si classifica al terzo posto nel Giro d’Italia riservato ai dilettanti prima di vincerlo nel 1992. L’anno successivo il passaggio al professionismo con una bicicletta Carrera che utilizzerà fino al 1996. Al Giro del ’94 è secondo al traguardo, per certi versi il primo degli sconfitti, ma in questo caso i numeri contano poco: Pantani trionfa infatti nelle tappe di Merano, tra le montagne del Trentino Alto Adige, e di Aprica, tra la Val Camonica e la Valtellina, esaltandosi in particolare sul Passo della Foppa o Mortirolo, vale a dire su una strada sterrata dove emergono solo gli scalatori veri. Con Marco al manubrio la sua Carrera sembra più una Porsche che una bicicletta. Nello stesso anno debutta al prestigioso Tour de France ottenendo il terzo posto finale dietro allo spagnolo Miguel Indurain e al lettone Piotr Ugrumov. Pantani è maglia bianca, il riconoscimento che viene attribuito alla miglior rivelazione del Tour. Il Pirata ci riprova nel 1995 e torna ad assaporare le vittorie di tappa in quel di L’Alpe d’Huez, in Francia, e Guzet Neige, nei Pirenei. Al mondiale che si corre in Colombia si conferma tra i migliori della specialità, tant’è che chiude terzo, dietro il duo Olano-Indurain. Il sogno pare improvvisamente spezzarsi quando Marco viene investito da un’auto durante la Milano-Torino. Per un certo periodo si parla addirittura di interruzione dell’attività agonistica, Pantani però, grazie anche alla granitica forza di volontà, ne viene fuori e nel 1997 si presenta puntuale all’appuntamento col Giro d’Italia. Nuovo stop, anche se più breve, per colpa di un gatto che gli taglia la strada mentre sta affrontando il passo del Chiunzi. Okay, d’accordo, ma che sarà mai per uno che poco tempo prima ha rischiato di terminare la carriera contro il cofano di un’automobile? Niente. Marco non rinuncia al Tour de France edizione 1997, lotta a lungo con Jan Ullrich e Richard Virenque, si impone dalle Alpi ai Pirenei proponendosi come lo scalatore più affamato e in forma del momento, alla fine della fiera risulta terzo in classifica e gli infortuni che parevano volergli troncare prematuramente la carriera diventano solo un lontano ricordo. E’ questo il Marco Pantani che nel 1998 domina sia il Giro d’Italia che il Tour de France. Al Giro del ’98 i rivali più pericolosi rispondono ai nomi di Pavel Tonkov e Alex Zulle. Il Pirata dimostra all’occorrenza di saper imporre il suo ritmo anche nelle tappe a cronometro e non solo in salita. Ma il capolavoro Pantani lo firma al Tour nello stesso anno del successo al Giro d’Italia. Durante l’ottantacinquesima edizione di quella che per i francesi è la Grand Boucle, ovvero il grande ricciolo per via della forma del percorso, il ciclista romagnolo non lascia scampo agli avversari e stavolta non c’è trippa per Ullrich nel senso che Kaiser Jan, come lo chiamano i suoi supporters, prima accumula un vantaggio di cinque minuti su Pantani, poi (quasi) inspiegabilmente rimedia un distacco di circa nove minuti nella tappa di Les Deux Alpes e Marco può così finalmente alzare le braccia, sul podio del vincitore, complimentato anche da quel Felice Gimondi che nel 1965 fu l’ultimo italiano prima dell’avvento del Pirata ad imporsi nel Tour. D’in su la vetta della torre antica, attaccava il poeta marchigiano Giacomo Leopardi ne “Il passero solitario”, e con il successo nella competizione ciclistica più famosa del mondo Marco Pantani su quella vetta ci è finalmente arrivato. Dallo sguardo incontenibile del Pirata, trionfatore al Tour de France edizione 1998 traspare tutta la sua voglia di combattere contro tutto e tutti, contro un sistema che probabilmente non ha mai digerito né mai digerirà, contro la malasorte che gli ha tarpato le ali in più di una occasione proprio quando la sua carriera stava rapidamente raggiungendo il culmine, forse anche contro se stesso, questo non perché Marco Pantani fosse divorato da chissà quale demone ma piuttosto perché una vittoria sudata rappresenta soprattutto il concretizzarsi di un sì, ce l’ho fatta gridato a squarciagola in una notte senza stelle. Godiamocelo goccia a goccia il magico 1998 del Pantani scalatore di montagne, quelle montagne che non sono solo stradine e curve ma piuttosto nemici invisibili, ostacoli da superare che di certo non vorranno rendere la vita facile a chi comunque non rinuncia a provarci sempre.

Mi sono rialzato dopo tanti infortuni e sono tornato a correre. Questa volta però abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile. Siamo nel 1999, è di scena il Giro d’Italia. Marco Pantani si presenta ai nastri di partenza delle prime tappe come l’uomo da battere, colui che per chi l’anno precedente l’avesse trascorso sulla luna ha fatto man bassa di coppe e indigestione di baci generosamente elargiti da ammiccanti miss, tenendo per mano la sua inarrestabile Bianchi della Mercatone Uno. Pantani prova ancora i morsi della fame e non lo nasconde. Ha già vinto sia il Giro che il Tour ma per lui non è sufficiente, la sua vuole anche essere una rivincita sulla sorte che in precedenza gli è stata avversa e non gli ha permesso di esprimersi come avrebbe voluto e potuto fare. Nessuno tiene il passo, il Giro del ’99 sembra solo un altro alloro da aggiungere agli altri per il Pirata che invece il 5 giugno si vede crollare il mondo addosso quando a Madonna di Campiglio, tra le Dolomiti e l’Adamello, il livello di globuli rossi presenti nel sangue del campione risulta superiore a quanto consentito dal regolamento. Per i cosiddetti esperti è doping, l’ennesimo caso di doping nel ciclismo, naturalmente da sbattere in prima pagina tanto più che ad essere coinvolto è Marco Pantani. In realtà, nonostante l’apparente anomalia registrata nel suo sangue, lo scalatore romagnolo non risulterà mai effettivamente positivo ad un controllo antidoping. Poco importa, buona parte dei giornalisti e dell’opinione pubblica, anche alcuni tifosi, per intenderci quelli adusi a salire sul carro del vincitore dirigendo il proprio scherno sul presunto sconfitto, l’hanno già additato come una specie di truffatore, uno che per vincere nello sport ha bisogno dell’aiutino. Travolto suo malgrado dalle polemiche, Marco Pantani tenta di fare ordine nella sua vita. Montare in bicicletta non gli dà più le sensazioni di un tempo, di quando tirava il collo alla sua fida due ruote e spariva pedalando all’orizzonte, per nulla intimorito da quelle salite che toglievano il fiato a molti degli avversari di allora. Il ritorno alle corse attive dopo quel 5 giugno del 1999 avviene comunque in occasione del Giro d’Italia dell’anno seguente. E’ un Pantani diverso quello del 2000, un Pantani che si decide a partecipare al Giro, quello stesso Giro che gli aveva regalato una grande soddisfazione nel ’98 salvo poi rifarsi con gli interessi nel ’99, soltanto all’ultimo momento, nonostante una preparazione fisica e psicologica del tutto superficiale. Unico lampo sull’Izoard dove termina secondo di tappa, per il resto solo delusioni, da questo momento anche le salite e le irte stradine di montagna non sembrano più volergli essere amiche. Nel Tour de France edizione 2000, sebbene minato dai fantasmi della depressione, Marco Pantani regala ancora qualche scampolo della sua classe. Vince infatti sulla salita del Mont Venoux, mettendosi dietro persino il nuovo extraterrestre del ciclismo, lo statunitense Lance Armstrong, anch’egli con una storia alle spalle da invocare rivincite nei confronti di un destino beffardo, quindi è di nuovo primo di tappa a Courchevel. Nei due anni successivi niente da segnalare, Marco fa presenza al Giro d’Italia finché, nell’edizione del 2003, l’ultima alla quale partecipa, si mette in evidenza grazie ad alcuni scatti (non solo) d’orgoglio, in particolare durante la tappa del Monte Zoncolan e di Cascata del Toce, senza però riuscire più a lasciare il segno. I veri appassionati di ciclismo non l’hanno comunque mai abbandonato e questo può servire a risalire la china, non tanto nello sport quanto piuttosto nelle sfide della vita. A Pantani forse non basta. I pettegolezzi sul suo conto continuano, si comincia a parlare di storie di festini a base di droga che vedrebbero coinvolto anche il Pirata. Nell’estate del 2003 l’uomo che il mondo d’in su la vetta l’aveva potuto rimirare si decide ad entrare in clinica per curare una grave forma di depressione e, così pare, la dipendenza da alcool. La notizia quasi nemmeno stupisce gli addetti ai lavori, forse stavolta non si sorprende nemmeno lui, Pantani, che in cuor suo non riesce a dimenticare di avere avuto, nel Giro del ’99, la carriera stroncata un’altra volta, probabilmente in maniera definitiva, dal potere sportivo. Fine della storia del Pirata campione di ciclismo, iniziano qui a delinearsi le vicende del Pirata uomo, con tutte le sue debolezze e contraddizioni, senza più la divina aura del leader invincibile che trova sempre la forza di rialzarsi. Il problema è uno solo, il capitano non si rassegna a lasciar affondare soltanto la nave per la serie ch’io muoia insieme ai Filistei.

Viale Regina Elena, lungomare di Rimini, residence Le rose, 14 febbraio 2004. La notizia rimbalza in televisione in serata, Marco Pantani non c’è più. Se n’è andato da solo, nell’anonima stanza di un residence, nella riviera adriatica dove era cresciuto imparando a dare le prime sgambate in bicicletta, forse anche perché ’l naufragar m’è dolce in questo mare. Quasi sicuramente quel giorno il Pirata non voleva morire, in quale modo poi, dalle folle che lo osannavano ad un appartamentino di pochi metri quadri dove forse il campione sperava di ritrovare se stesso, l’uomo che una volta smessi i panni del ciclista professionista avrebbe comunque dovuto dividersi tra le gioie e i dolori della vita di ogni giorno. No, Marco Pantani di dolori ne aveva già avuti abbastanza praticando il suo sport preferito, forse non assecondato da un carattere tendenzialmente introverso, da ragazzo di provincia assurto ben presto al ruolo di celebrità. Il Pantani uomo aveva di certo smarrito la strada, peccato che nessuno sia stato in grado di accompagnarlo fuori da un tunnel apparentemente impenetrabile. Da quel maledetto giorno di San Valentino sono già trascorsi cinque anni e le imprese sportive del Pirata sembrano appartenere ad un’altra era del ciclismo. Nel frattempo altri colleghi di Marco sono morti, in circostanze altrettanto misteriose, vedi il suo gregario Valentino Fois, il mondo del ciclismo si è sempre più svuotato di personaggi veri e genuini, intanto è nata la fondazione “Marco Pantani Onlus”, mentre il Giro d’Italia dedica al Pirata ad ogni edizione una “Montagna Pantani”, onore questo riservato solo ai campionissimi della disciplina come Fausto Coppi. I libri sul Pirata usciti in Italia sono ormai una decina, gruppi musicali come i Litfiba piuttosto che gli Stadio e I Nomadi per non parlare dei francesi Les Wampas (stupenda la loro Rimini) gli hanno dedicato fior di canzoni, la Rai si è perfino cimentata in una fiction con Rolando Ravello nel ruolo di Marco Pantani e Nicoletta Romanoff in quello della sua storica fidanzata danese Christina Jonsson. Tutto (tristemente) come previsto, insomma, per un campione la cui tragica fine ha indubbiamente contribuito ad ingigantirne il mito. Un finale diverso, però, non sarebbe stato soltanto auspicabile ma forse anche possibile.

Il Direttore


L'Angolo del Webmaster

a cura di Ermanno


Intervista

Marco Pantani mito e tragedia

n. 66 / 67
numero doppio
20 febbraio 2009
(data di pubblicazione nel sito)



la copertina del libro di Salima Barzanti pubblicato dalla casa editrice faentina Pipinè



Salima Barzanti è l’autrice del libro “Marco Pantani mito e tragedia”, edito nel 2006 per I libri di Pipinè. In questo numero doppio de L’Angolo il vostro Webmaster vi propone, a corollario dell’omaggio a Marco Pantani, una sua intervista esclusiva alla giornalista e scrittrice veneta di origini romagnole che, partita dall’idea di realizzare una tesi di laurea dedicata al grande campione scomparso, ha finito per concepire un volume di oltre duecento pagine pubblicato da una piccola e volenterosa casa editrice faentina, andato già in ristampa dopo circa un anno dalla sua uscita.
Un’opera, quella di Salima Barzanti, che si differenzia dalle molte altre biografie dedicate al Pirata di Cesena non solo perché risulta essere il primo libro su Pantani scritto da una donna ma anche e forse soprattutto per via di un efficace parallelismo tra un eroe tragico del nostro sport e l’Achille omerico, tutto ciò senza tralasciare i commenti di chi Marco l’aveva conosciuto bene sotto il profilo umano.


Dottoressa Barzanti, chi era per lei Marco Pantani?

Mio padre, appassionato di sport, usciva di tanto in tanto in bici. E mi ha trasmesso la passione. Le gesta di Pantani si sono manifestate quando io era ancora una ragazzina, quindi per me, inizialmente, è stato il simbolo del ciclismo. Del resto, in quel periodo, coloro che non erano profondi conoscitori delle due ruote, hanno scoperto questo sport grazie a lui. Poi, Pantani è diventato oggetto di studio. Ma, dovessi dire, oggi, chi era Marco Pantani, posso dire uno sportivo, che al di là di tutto, ha dato grandi emozioni. Un eroe, non un modello o un maestro. Un eroe sportivo.

Ho saputo che il progetto di scrivere un libro dedicato a Marco Pantani è nato dalla sua tesi di laurea incentrata sulla figura dell’indimenticato ciclista romagnolo. Può tratteggiarmi quali motivazioni l’hanno spinta a passare da un argomento discusso in un’aula universitaria alla realizzazione di un volume che conta 256 pagine?

La mia passione sportiva mi ha portata inizialmente a cercare, per la mia tesi, un tema sportivo. Quando poi Pantani è morto, in una triste serata di San Valentino, io mi trovavo all’estero, per motivi di studio. E ricordo ancora la mia meraviglia, nel leggere, per giorni e giorni, sui giornali inglesi delle vicende di Pantani. Quando invece per mesi avevano parlato ben poco dell’Italia. Lì ho capito che il mito Pantani era davvero “immortale”. Io ho studiato il fenomeno Pantani nel mondo della comunicazione. Poi, dopo la laurea, c’è stata l’occasione di pubblicare non la tesi, ma il libro. E così è avvenuta l’evoluzione.

Il titolo del libro, “Marco Pantani mito e tragedia”, mi ricorda un poema epico più che una biografia di un campione del ciclismo. Da che cosa deriva questa scelta?

Certamente dal titolo della mia tesi, «Marco Pantani: un mito. Epico campione, tragico eroe». Nella mia tesi sono partita dal parallelismo fra il Pantani eroe tragico dei nostri tempi e l’Achille omerico, l’eroe greco che ritengo gli assomigli di più. Pantani è stato epico, per tutte le sue imprese. Ma anche tragico, per come è finita la sua storia. E in lui, l’epicità e la tragicità, erano connesse. E forse indissolubili.

Qual è l’impresa sportiva più rimarchevole che a suo avviso caratterizza immediatamente la carriera del Pirata?

L’impresa che ritengo esprima al massimo epicità e tragicità, è la vittoria a Les Deux Alpes al Tour de France 1998. La fuga in solitaria in mezzo alla bufera sul Galibier ritengo sia il momento più alto, consacrante, immortale della carriera di Pantani. Lì c’è l’epico della vittoria e il tragico della sofferenza. Al traguardo Pantani era praticamente trasfigurato. Lì si è manifestato nella sua pienezza di eroe.

Il suo libro contiene diverse interviste, cito per esempio quelle ai ciclisti Roberto Conti e Marzio Bruseghin, al giornalista Gianni Mura, al patron della Mercatone Uno Romano Cenni e ai genitori di Marco Pantani. Quali sono le sensazioni che ha potuto raccogliere parlando con persone vicine al Pirata anche nella vita extra-sportiva?

Sicuramente il momento più forte è stato l’incontro con i genitori di Marco. È stato doloroso, perché la ferita era ancora apertissima. Ciononostante mi hanno aperto la porta della loro casa e anche il loro cuore. Ricordando chi era Marco. Prima di tutto loro figlio. Ho capito quanta sofferenza hanno avuto e ho capito la loro voglia di lottare per ridare dignità a Marco. In generale mi ha colpito quel “carisma” che aveva Pantani e di cui tutti mi hanno parlato.

Si è fatta una sua idea personale circa l’esclusione di Pantani dal Giro d’Italia del 1999? Quanto può avere influito questo episodio sul prosieguo della sua carriera e sullo stato del suo equilibrio psicofisico?

In merito ai fatti di quel 5 giugno 1999 non tutto è chiarissimo e ci sono versioni contrastanti, quel che è certo è che quell’accadimento ha influito drammaticamente sulla carriera di Pantani. È stato ferito nell’orgoglio e ha incominciato a morire dopo Madonna di Campiglio. Credo che lui volesse essere un simbolo per i suoi tifosi, e ha sentito il peso della delusione. Anche per loro. A mio avviso lui poteva essere pienamente se stesso, solo con la bicicletta. Lui si riconosceva nella bicicletta. E quando si è sentito derubato del e dal ciclismo è come se non avesse più trovato un modo giusto per esprimersi. Poi, lui era estremo e in questo tragico...

Quali sono le maggiori differenze che a suo parere emergono tra il Pantani uomo e il Pantani sportivo?

A mio avviso il Pantani uomo non poteva essere dissociato dal Pantani sportivo. I due aspetti sono intrisi l’uno dell’altro. Ed entrambi caratterizzati dalle contraddizioni, da una parte la fragilità, dall’altra la tenacia, da una parte la sensibilità, dall’altra il desiderio di affermazione e di successo. Il giorno in cui non si è più sentito “pienamente eroe” non è più stato il Pantani di prima. È tornato, con una forza diversa, ma disperata.

Com’è noto in seguito alla sua improvvisa scomparsa sono usciti numerosi volumi incentrati sul personaggio Marco Pantani. Fatta questa doverosa precisazione, a quale tipologia di lettore in particolare si rivolge il suo libro?

Lo considero un libro “diverso”. Il mio libro non ha la pretesa di essere il più completo. È un mosaico composto di tanti tasselli, dalla storia del ciclismo eroico, alla fenomenologia del linguaggio sportivo, dagli stralci dei commenti delle imprese del Pirata ai giudizi di chi l’ha conosciuto bene, alle interviste. É un libro adatto a tutti, ricordando che parte da una tesi di laurea e quindi ha la particolarità (e pure un’appendice per gli amanti del genere) di nascere da uno studio “tecnico”.

Il Direttore


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