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a cura di Ermanno


Arte & Comunicazione

Bidibibodibiboo: Maurizio Cattelan, l’arte della provocazione

Round 0

n. 68
27 febbraio 2009
(data di pubblicazione sul sito)



Maurizio Cattelan



In questo numero la redattrice e storica dell’arte Antonietta Nista propone ai lettori de L’Angolo del Webmaster l’abstract di presentazione che introduce il suo minuzioso lavoro di ricerca su quel «fenomeno» artistico ma forse soprattutto mediatico e sociale chiamato Maurizio Cattelan, ovvero colui che per anni ha sbarcato il lunario facendo di tutto, il postino, l’uomo delle pulizie, il cuoco e persino il donatore di sperma. Aveva sempre un obiettivo da raggiungere, spiega. Poi ha deciso che il vero obiettivo sarebbe stato vivere senza lavorare, e si è dato all’arte (dall’inchiesta “Quanto vale l’arte italiana contemporanea?” pubblicata sulla rivista “Arte”, Agosto 2008, a cura di Renato Diez).
In tutto sei capitoli, suddivisi in sei round o se preferite in altrettanti numeri diversi, presentati a cadenza mensile sulle pagine di questa rubrica dal 27 marzo al 27 agosto 2009, che ci aiuteranno a scoprire un po’ meglio il bizzarro universo di un artista-non artista volutamente eccessivo nelle sue rappresentazioni. Quello che vi apprestate a leggere è il round zero, il punto di partenza utile per cominciare a calarsi nella movimentata vicenda. (I.D.)


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Facendo le dovute premesse, mi pare opportuno e onesto confessare che gli scritti che ho concepito sono frutto di pura immaginazione, ma, allo stesso tempo, di accurata informazione circa i fatti presi in considerazione, per creare un discorso esatto.
In uno scenario fantastico e contraddittorio, minimale quanto barocco, governato da leggi ridicole, l’inconsueta aula di un presunto tribunale diventa la sede di uno sconclusionato processo. Lo squinternato imputato è proprio Cattelan che, strappato via al suo privato e immaginario mondo sintetico, si trasforma nel curioso e indolente protagonista di questa udienza dal sapore fiabesco.
Tra scambi di battute all’ultimo sangue e bislacchi personaggi che si aggirano, erranti, nell’aula e che prendono illogicamente parte al processo, mutandosi in importanti testimoni, le sorti dell’insano accusato vengono continuamente minacciate.
Tutto ha avuto inizio dalla suggestiva lettura de “Il castello dei destini incrociati” di Italo Calvino, il quale senza dubbio ha un ruolo importante tra i miei autori preferiti e dal connubio della fervida immaginazione dello scrittore con la forza immaginativa dell’artista padovano. Il nome stesso del primo capitolo rivela, infatti, il debito nei confronti di Calvino, penna estranea, non a caso, alla tradizione e da cui prendo testualmente in prestito alcune righe per dare vita ai giochi.
L’antefatto, quindi, ha luogo proprio in quel maniero dove ognuno dei vari convitati, lì capitati per magia o per incantesimo, racconta qualcosa dell’altro.
Per comunicare tra loro, questi usano le carte disponendole su un tavolo, sia ognuno le proprie, sia utilizzando quelle degli altri: in questo modo le storie s'incrociano e si combinano in un gioco che coinvolge tutti. A turno, ognuno dei personaggi, capitanati da un insolito ospite burlone, istrionico e decisamente eccentrico, riferisce, appunto, attraverso le carte, qualcosa sugli altri, in relazione al concetto di irriverenza. Si delinea, così, una piccola storia della provocazione nell’arte a partire dal Seicento, periodo in cui la questione comincia ad essere più interessante, che offre le coordinate concettuali per affrontare il discorso e funge da cappello introduttivo alla vicenda fantastica.
Alla fine delle narrazioni, entrano in scena due figure folli che portano via l’ospite e lo conducono altrove.
Da questo momento in poi, il luogo d’azione si sposta in una zona perduta della fortezza, mai vista prima di allora, sconosciuta: il tribunale. Ed è qui che si consumano buffi dibattiti e surreali capricci verbali che porteranno all’assoluzione o alla condanna del pericoloso criminale.
Nel secondo capitolo, tra Giudice, Giuria e strani uditori, si presentano gli avvocati di accusa e difesa che assistono, impazienti, alla lettura dei capi d’imputazione, ovvero ai motivi per cui Cattelan è definito irritante, indisponente ed impunito: l’insofferenza, l’indolenza e l’insubordinazione deliberatamente gratuite. Il processo, dunque, ha inizio, attraverso la lettura divertente e smaliziata di alcune opere del criminale in questione. È importante notare come già da questo momento, nelle parole dell’avvocato difensore, è fornita, una seconda chiave di lettura delle sue opere che, comunque, non esaurisce le possibilità di interpretazione.
Nel terzo capitolo, i lavori vengono ulteriormente analizzati, sviscerati e offerti alla Giuria, sempre con tono scaltro ed insolito. Si prendono, perciò, in esame due importanti concetti, quello dell’impossibilità di scelta e quello del senso di inadeguatezza, entrambi alla base del fallimento, perno intorno al quale si articola buona parte dei lavori di Cattelan.
Nel quarto, la storia subisce una nuova svolta. Dopo un attacco della Giuria al Consigliere del Giudice, un grande specchio rotto si trasforma nel riflesso del mondo interiore dell’artista, o, per lo meno, questa è l’intenzione dell’astuto avvocato difensore. Considerando quelli che appaiono i pezzi più propriamente autobiografici, si tenta di approfondire l’ambiguo quanto seducente rapporto che intercorre tra l’uomo e l’artista, nello specifico tra Maurizio e Cattelan: in corsa verso una possibile coincidenza o in fuga contro perdute distanze.
Nel quinto capitolo, ritornano inaspettatamente in scena i personaggi dell’inizio della storia, in veste di testimoni. Le carte, che avevano accumulato informazioni sull’idea di provocazione nel primo capitolo, si dimostrano, attraverso una serie di assurde domande poste da un altrettanto assurdo Giudice, concettualmente complici dell’imputato.
L’arte giudica l’arte e fa riflettere su un altro importante snodo del pensiero di Cattelan: l’energia ghiacciata, ovvero l’impossibilità.
Infine, nell’ultimo capitolo, si tenta di tirare le somme del caso per stabilire se l’incriminato è colpevole o innocente.
Dalla provocazione apparentemente fine a se stessa fino al concetto di fallimento, elemento fondante del lavoro di Cattelan, passando attraverso l’idea di identità di uomo e di artista per giungere al principio di energia ghiacciata. Ogni capitolo affronta uno dei tanti temi relativi alle sue scelte artistiche. Ogni capitolo, dunque, potrebbe rappresentare un frammento della sua poetica.
Non c’è alcun interesse nei confronti della cronologia per cui è possibile trovare nella stessa pagina un pezzo del 1991 ed uno del 2004. La cronologia, infatti, non è stata la linea guida della mia ricerca, avendo come presupposto il fatto che non sia possibile leggere in Cattelan un’evoluzione legata al tempo, bensì una espansione legata allo spazio. Un’opera di dieci anni fa potrebbe essere stata pensata, progettata e realizzata anche oggi per essere messa in giro domani.
Il totale disinteresse per l’evoluzione temporale mi ha permesso di saltare da un’opera all’altra. Questo mi è anche servito per concedermi la libertà di volare di discorso in discorso, senza dover ogni volta fornire spiegazioni di rito. Concede tutto ed è più divertente.
Il fatto che per tutta la durata della vicenda i personaggi si riferiscano a Cattelan come al tipo leggero, all’imputato, al mio cliente o all’assistito e mai all’artista è una scelta ben precisa che si presenta nella prima battuta che il protagonista scambia con uno dei personaggi, dichiarando candidamente una posizione assolutamente irrisolta e sfuggente nei confronti dell’arte, delle opere d’arte, dei capolavori e della vita stessa. Il fatto, poi, che l’atmosfera riconduca ad un’onirica sceneggiata dai colori acidi, sottolinea l’inutilità della questione riguardo a una sua probabile genialità.

Parlare di Cattelan è stata un’impresa quasi impossibile. Avrei potuto rischiare di parlare all’infinito o meglio ancora avrei potuto tacere. Alla fine, ho deciso di scrivere, cosa non impossibile ma, comunque, difficile, benché stuzzicante.
Poteva succedermi, come d’altronde è consentito, di incorrere nella pericolosa svista di scambiarlo per un imbecille, un idiota che si è svegliato una mattina decidendo che fare l’artista avrebbe potuto rivelarsi un buon modo di scansare le fatiche quotidiane. Il che, probabilmente, corrisponde alla realtà.
Il punto di partenza di Cattelan è, però, l’autenticità, in cui la finzione si trasforma in suggestiva catarsi. La consapevolezza di essere umano e per questo imperfetto e in costante stato di crisi lo porta ad accettare la molteplicità non come oscuramento dei sensi e perdita della rotta, ma come gradita compagna, inasprita da una seducente carica provocatoria e, allo stesso tempo, ingentilita da un insolito e originale sense of humour.
Ogni così detto artista strepita per dire la sua, vuole affermare il suo personale, quanto assolutamente privo di interesse, punto di vista, da presuntuoso si considera sentinella di una bellezza virtuale e, per questo, folle, si accanisce contro il mondo perché il mondo non è come lo dipinge lui.
Cattelan, beh Cattelan, non dice niente.
In silenzio, racconta dei fatti, senza commentarli. Vive nel mondo e lo utilizza, senza condannarlo e mette in risalto la miserevole condizione di chi inutilmente spera di cambiarlo. Così gli eroi, i santi e i miti muoiono, rivelando di sé soltanto l’ombra comica, privata dei superpoteri. Il fine è strappare gli stracci di dosso a Venere, mettere in discussione tutto quello che abbiamo passivamente imparato.
Cattelan non si propone di abbattere muri o di svelare verità superiori, semplicemente segna, acciaio su granito, che ci stiamo lucidando le sbarre della nostra gabbia di cristallo, convinto che l’arte, e così la vita, sia come l’acqua del lago, dolce, ma ingannatrice.
Il concetto stesso relativo all’essere artista, a tutto oggi profondamente ancorato ad uno spirito romantico, viene demolito. L’artista non deve necessariamente dire qualcosa, non deve per forza logorarsi per trovare un linguaggio innovativo. L’artista potrebbe essere solo quello che guarda la realtà e la restituisce, fedele, con un sottile e cinico senso dello spettacolo e in maniera talmente verosimile da farci confondere il reale con la finzione, la vita vera con l’opera.

Allora, ecco, l’idea di realizzare una storia impossibile per raccontare di lui e del suo lavoro mi è venuta quasi come logica conseguenza.
Inoltre, essa manifesta la mia dichiarata volontà di prendere le distanze dal modello classico in genere, al quale mi sono sempre accostata con affascinata curiosità e mai con asservito impegno. La storia è dunque il pretesto per tentare di superare una delle tante questioni relative all’arte contemporanea, questioni che vedono nella scrittura d’arte fiumi ignoti di inchiostro, pagine e pagine sconosciute, girate, senza essere lette, nella coraggiosa attesa che un grassetto catturi l’attenzione.

Invece ingiustamente all’artista si vuol negare il diritto di allontanarsi dal modello e perciò anche di creare.” (Paul Klee)

Antonietta Nista

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