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L'Angolo del Webmaster

a cura di Ermanno


Media & Comunicazione

Più rock, meno politik

n. 7
11 novembre 2005
(data di pubblicazione sul sito)



Adriano Celentano in una foto d'archivio



Che sollevasse un “polveron” come scherzosamente cantava il comico Maurizio Crozza in una rivisitazione dei Buena Vista Social Club andata in onda nella seconda puntata del programma, era pressoché scontato.
Se la memoria non mi inganna i media hanno iniziato ad occuparsi di “Rockpolitik” già prima dell’estate scorsa, più o meno cinque mesi prima dell’evento scattato giovedì 20 ottobre 2005 in prima serata su Raiuno, quando ancora non si sapeva se il programma si sarebbe fatto. All’epoca la Rai sembrava non voler concedere carta bianca al celebre Molleggiato della Via Gluck il quale dal canto suo ribadiva di non essere intenzionato a condurre il programma se non alle sue condizioni. Niente di nuovo, insomma. Già nel 2001, ai tempi dell’altrettanto discusso “125 milioni di caz..te”, Celentano e il suo clan avevano preteso libertà assoluta nel decidere l’impostazione da dare allo show. Ora, con “Rockpolitik”, possiamo dire che la sostanza non è cambiata. A dispetto del tira e molla con mamma Rai il programma di Celentano è partito regolarmente. Parafrasando il leit-motiv del cantante-conduttore la puntata inaugurale dello show è stata assolutamente rock, decisamente più debolucce, ad eccezione forse della seconda, le puntate seguenti.

Prima puntata. Indovinata la presenza di una voce fuori dal coro quale Michele Santoro così come gli accenni a “Rockpolitik” quale unico programma che favorisce la libertà di espressione, meno azzeccata secondo me la trovata di far leggere un testo in italiano a Gérard Depardieu, il corpulento attore francese recentemente agli onori delle cronache per aver preso a testate un fotoreporter. In ogni caso il “giochino” di chi è lento e chi è rock spopola e sui giornali dei giorni successivi non si parla d’altro.
Seconda puntata. Memorabile soprattutto per l’arrivo di un ospite d’eccezione, l’attore-folletto Roberto Benigni, in questo periodo nelle sale col suo nuovo film “La tigre e la neve” girato con Jean Reno e l’abituale partner Nicoletta Braschi. Divertente il suo monologo che rivaleggia con quelli del padrone di casa Adriano Celentano, altrettanto spassoso a mio modo di vedere il siparietto dedicato al nostro presidente del Consiglio e l’esecuzione in coppia (vestito da donna!) con il Molleggiato de “La coppia più bella del mondo”. Buona prova per Eros Ramazzotti che con Celentano intona “Il ragazzo della Via Gluck”, a tutt’oggi una delle migliori canzoni, sempre attuale visto il tema fortemente ecologista, eseguite dall'Adriano nazionale. Mi ha invece convinto poco come presenza scenica il centauro pluricampione Valentino Rossi, piuttosto a disagio sul palco di “Rockpolitik”, forse anche perché più avvezzo alle piste del Motomondiale che alle ospitate nei programmi televisivi.
Terzo puntata. Svogliata, per dirla alla Celentano lentissima. Se nelle prime due puntate lo show regge bene e si rivela godibile, qui si registra un crollo notevole. Teo Teocoli, tra gli ospiti della serata, propone (per l’ennesima volta) l’imitazione (ben eseguita, per carità) di Celentano, ma la performance è prevedibile e sa di già visto. Altrettanto poco riuscita l’idea di far cantare una canzone napoletana a Luisa Ranieri, solitamente attrice ma in questo caso spalla di Celentano, che non sembra molto a suo agio sul palco di “Rockpolitik”. Sono lontani i tempi di Asia Argento e Francesca Neri che in “125 milioni di caz..te” dimostravano di essere due co-conduttrici piuttosto che semplici spalle di Celentano! E Maurizio Crozza, al suo meglio nella prima puntata con la canzone ironica “Zapatero Zapatera” e nella seconda con “Compagno Che-Lentan”, non riesce a proporre un nuovo tormentone veramente divertente. Comincia a perdere colpi anche il lungo e stancante elenco di chi è lento e chi è rock. Una puntata anonima, su tutti svetta il comico di “Zelig” Antonio Cornacchione che col suo personaggio sfacciatamente pro-Berlusconi continua a mietere consensi tra il pubblico anche quando lo show delude le aspettative.
Quarta ed ultima puntata. Da telespettatore mi aspettavo il "botto" finale, ma così non è stato. Grandi ospiti comunque, a cominciare da Carlos Santana fino ad arrivare a Riccardo Cocciante che tra l'euforia del pubblico si esibisce magistralmente in "Bella senz'anima". Efficace anche la presenza della sempre energica Gianna Nannini. Insipido, secondo il mio modesto punto di vista, l'intervento di Sabina Guzzanti che sfodera una comicità (?) noiosa e di difficile comprensione. Notevole la parte finale del programma con Celentano che ripropone "C'è sempre un motivo", una delle sue canzoni più recenti, e la divertente esibizione di Maurizio Crozza sugli evidenti limiti delle nuove tecnologie. Tra gli ospiti si segnala il ritorno dell'immancabile Teo Teocoli. "Rockpolitik" chiude dignitosamente ma non tocca le vette delle prime due puntate.

Credo che come sempre giornalisti e media abbiano esagerato nel presentare “Rockpolitik” come un programma di propaganda politica, addirittura dopo la prima puntata ho letto su alcuni quotidiani di un Celentano pronto a candidarsi sindaco di Milano (!) magari pure con un suo partito (!). Va bene che Celentano fa e farà sempre discutere come personaggio, ma in tali circostanze mi pare si sia passato decisamente il limite. “Rockpolitik” non è altro che uno show televisivo confezionato discretamente, a mio giudizio meno coinvolgente e trascinante rispetto al precedente “125 milioni di caz..te” del 2001 dove peraltro avevamo anche avuto una delle ultime occasioni per veder cantare il grande Giorgio Gaber prima della sua prematura scomparsa (indimenticabile la sua orecchiabilissima “Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra”). Ha detto bene Benigni nella seconda puntata, quello di Celentano va inteso come uno show tout-court, magari discutibile per certe prese di posizione, le quali però non giustificano le sterili polemiche urlate da alcuni personaggi sempre pronti a mescolare politica con intrattenimento televisivo. Dovrebbero censurare certi giornalisti faciloni piuttosto che l’innocuo “Rockpolitik”!

Giunge da parte mia la necessità di trarre alcune conclusioni. Qual'è stato il fattore clou del programma? Uno solo, l’Adriano Celentano cantante, un mito della canzone italiana che quando prende in mano il microfono per cantare una sua canzone mette d'accordo tutti, destra, sinistra e chi più ne ha più ne metta. Quali sono stati i fattori meno apprezzabili? I confusi filmati di politica mandati in onda e alcuni monologhi di Celentano, a mio parere abbastanza banali, che andavano un po’ a spezzare il ritmo del programma. Un personalissimo suggerimento: caro Adriano, nel tuo prossimo show lascia la parola rock e togli politik, vedrai che così facendo ci sarà da divertirsi ancora di più!

Il Direttore


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