- L'ANGOLO DEL WEBMASTER

HOME


L'Angolo del Webmaster

a cura di Ermanno


Media & Comunicazione

A proposito della cyber-différance

n. 71
13 marzo 2009
(data di pubblicazione sul sito)



una soldatessa Usa davanti a un Internet Cafè iracheno all’epoca della Seconda Guerra del Golfo



Nella società moderna le differenze si limitano ancora al rapporto uomo-donna oppure si concentrano soltanto più tra chi può usufruire di un collegamento alla Rete e chi invece ne è tagliato fuori? Inoltre qual è il ruolo ricoperto dal computer, abbiamo a che fare con un mezzo che spinge all’aggregazione tra persone o a trovare terreno fertile risulta piuttosto essere la disgregazione? Queste e altre considerazioni accompagnano nel presente numero de L’Angolo del Webmaster l’analisi della redattrice Rosalba Di Perna in merito al complesso tema della cyber-différance. (I.D.)


________________________________________________

Sono lontani ormai i tempi in cui le disuguglianze riguardavano maschi e femmine, neri e bianchi, poveri e ricchi. Oggi forse le disuguaglianze non sono più tra i sessi, ma dei sessi, infatti la differenza è una mancata coincidenza tra me e me in quanto io sono una donna ma c’è anche un altro sesso. La mia umanità è in sé compiuta, non le manca niente, ma c’è un altro, che è umano non meno di me e che non è una donna. Questa è la differenza sessuale, l’impedimento della mancata coincidenza tra sé e sé, l’impedimento della perfetta identità. Paradossalmente esistono differenze tra donne e donne, tra uomini e uomini, ma non esiste un “tra” fra i sessi ed è proprio per questo che c’è conflitto, dominio, prevaricazione, cancellazione. Affascinante e conturbante, questo dominio è tutto ciò che ci mette in difficoltà. Dominio non esclusivamente degli uomini sulle donne, ma anche viceversa, asimmetria comunque: semplicemente non siamo affatto due sessi che si specchiano l’uno nell’altro. Allo stesso modo, diciamo addio alla lettura classista della società, non si tratta più di poveri e ricchi, e non si declina lo scontro sociale in articolazione di classe, corporazione o categoria, perché le differenze adesso attraversano trasversalmente le stesse classi sociali, e semmai sarebbe più giusto parlare di infopoveri ed inforicchi. Che dire poi dell’eterno problema sull’orientalismo o sull’occidentalismo, fa lo stesso, ma è più corretto dire forse nord e sud del pianeta, come ai vecchi tempi? Il problema è che nel moderno e seducente cyberspazio le disparità rigurdano chi è on-line e chi no, chi può accedere al web e chi invece no, e tutto questo ha addirittura un nome: digital apartheid. Un nome orrendo chiaramente, ma qui non si tratta di chiedere precisione alle parole, poiché esse significano quel che possono, e non sempre e non per chiunque. Per quanti sentimenti infatti non abbiamo ancora i nomi? Ma per certe malattie della multimedialità, si sa, un nome lo troviamo sempre.

Il livello socio politico di questo problema è affascinante e turbante. Infatti la rete e l’informatica sono stati salutati spesso dai pensatori di sinistra come gli strumenti capaci di abbattere molte barriere, di creare addirittura quel pensiero collettivo che gli anni ’70 avevano sognato. Non è stato così, non è così. Un dato importante, ad esempio, è la concentrazione della produzione di prodotti informatici in luoghi precisi. Voglio dire che anche ditte come Microsoft e simili chiedono ai loro progettisti (non agli operai) di vivere insieme, in luoghi comuni, come nelle fabbriche, perché la produzione, anche la creazione di software, non può prescindere dal contatto fisico, e questo chiaramente può bastare a darci la misura di quanto sia contraddittoria la nuova società centemporanea-liquida.

Non si tratta qui di demonizzare il progresso tecnologico, ma solo di guardare bene ai rischi che la rivoluzione dei media porta con sé. Se ci pensiamo bene, abbiamo di fronte ancora dei privilegiati, solo due sensi su cinque, infatti: vista e udito. Che nome dare ad esempio al profumo delle immagini? E al sapore delle parole sul monitor? E che sensazione vi fa lo stare a contatto col signor mouse? È una lettura socio culturale difficile, il rapporto reale-virtuale, vero limite, limes del comportamento, come ha sottolineato anche Thomas Maldonado. La verità è che forse questi famigerati mezzi di comunicazione di massa non ci hanno reso più vicini, semmai più distanti e più soli. Io non mi sento più vicina alla ragazza del Mali se lei non può connettersi alla rete. Ma sulla Birmania poi, la questione si commenta da sola. Il mito egualitario della comunicazione continua ad essere, più che mai, in contraddizione con le logiche di segregazione che pesano sopra un ordine mondiale incapace di giustificarsi.

E ancora, possiamo davvero continuare a dire che è il romanzo a nascere quando si è soli? Il povero Benjamin cosa penserebbe del fatto che si è sempre soli oggi anche davanti a un computer? Soli a scrivere qualunque cosa e sempre soli a leggere davanti al monitor. Certo, tutto si complica se poi l’ipotetico scrittore o scrittrice ha dimenticato di inserire le note prosodiche a piè pagina. Non ci si capisce più. Nient’altro che mezzi di incomunicazione di massa, dunque, mentre piccoli cyberpunks crescono e noi continuiamo a cliccare su una tastiera, che se ci va bene ci rende bulimici d’informazioni, se ci va male ci regala spam e spazzature varie, se non ci aliena del tutto.

Eppure a livello umano antropologico la riflessione sulla solitudine non è così semplice. Ribadisco la sensazione della solitudine sterminata e beffata che si prova quando si è davanti ad uno schermo, la provo adesso, ad esempio. Ma siamo più soli a causa della tecnologia? Quando Goethe scriveva le Affinità Elettive, o Flaubert l’Educazione Sentimentale, o semplicemente quando questi uomini pensavano, o leggevano, non erano forse soli? Voglio dire non potevano esserlo? Potevano, e se per un qualunque motivo le persone cui avrebbero voluto parlare non si trovavano accanto a loro erano costrette a scrivere loro ed attendere lunghi giorni prima di leggere le risposte. La tecnologia che possiamo utilizzare, forse, ha agito davvero sul tempo, sullo scarto, non sullo spazio, ed ha creato una sfasatura che il nostro bio-pensiero non riesce a tollerare. Non riusciamo ancora a concepire che chi può leggerci in con-temporanea, non può essere-con. Più dis-topia che solitudine. Tuttavia, se c’è una cosa che forse stiamo imparando, oggi più che mai, lentamente, come veri funamboli, discreti e persuasivi, è quella di riuscire a lanciare fili da percorrere, per vedere unito ciò che sembrava, in apparenza, tremendamente distante. Fili gettati nel vuoto, che lo colmano pur senza riempirlo.

Rosalba Di Perna

________________________________________________



PAGINA PRECEDENTE

vai a Bibliografia di Rosalba Di Perna

vai a Redattori L'Angolo del Webmaster

Ti è piaciuto questo numero? Scrivi un commento!

| HOME | CRITICA | RICONOSCIMENTI | ESPOSIZIONI | GALLERIA OPERE |

| SPECIALI | INTERVISTE | PUBBLICAZIONI | VIDEO | CONTATTI |

| L'ANGOLO DEL WEBMASTER | SCRIVI PER L'ANGOLO |

| A VELE SPIEGATE |

| SFONDI GRATIS PER DESKTOP | SITI CONSIGLIATI |

Firma e/o Leggi il nostro GUESTBOOK!

entra nel nostro FORUM