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a cura di Ermanno


Narrativa

Mio padre

n. 72
19 marzo 2009
(data di pubblicazione sul sito)



Carlo Carrà, “Autunno in Toscana”, olio su tela, 1927



In questo numero de L’Angolo del Webmaster la nota opinionista e blogger bresciana Renata Mucci celebra la festa del papà lasciando liberamente affiorare alla memoria i ricordi incentrati sull’amata figura paterna. Un ritratto genuino e commovente che è testimonianza d’amore ma anche di vita quotidiana, vissuta laboriosamente giorno dopo giorno apprezzandone i piaceri dati dalle piccole cose. (I.D.)


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Cercando di superare la barriera del pudore, parlerò oggi del mio papà. Lo faccio in questo 19 marzo che festeggia tutti gli eroi del quotidiano che segnano profondamente, in positivo, la nostra società. E’ uno scritto pieno d’amore, di rimorsi, di gratitudine.

Oggi vorrei alzare quel velo, mai mosso negli anni, appesantito da avvenimenti che l’hanno ricacciato nell’ombra, peraltro senza riuscirci. E vedo riapparire il mio papà, la sua figura schiva, modesta, che prediligeva l’ombra, che non si è mai imposta e che ha segnato profondamente la mia vita. Lui direbbe “il tu babbo” perché era toscano, nato a S. Marcello Pistoiese e con l’arguzia sottile che lo distingueva mi apostrofava talvolta così “Tu hai la lingua lunga e io non ti so tener testa, ma te... tu troverai un bischero che ti farà star zitta. Vedrai!” Penso a lui e dimenticando quello che mi circonda, torno indietro nel tempo... molto indietro.

Rivedo la cucina di casa nostra e rivedo lui, chino verso un tavolino quadrato, basso, mentre rilega i libri di scuola, presi usati o arrivati in casa per la bontà della mia insegnante di italiano (madre Savoldi) che me li regalava dovrei dire usati, ma è meglio dire consunti, finiti, sberciati. E dalle sue mani esperte uscivano pronti a far sfoggio della ritrovata dignità.
E - sempre nella nostra cucina poco illuminata - perché la povertà è stata presente nella mia infanzia e nella vita dei miei genitori manifestandosi anche nell’economia che si faceva nell’uso della luce elettrica, io lo vedo applicare alle nostre scarpine le lucide salvapunte che avevano il compito di salvaguardare il consumo delle suole, ma facevano chiasso e io, ovviamente, le odiavo.
E poi ancora lo vedo chino su di un secchio colmo d’acqua nella quale aveva messo a macerare minuti pezzi di carta di giornale, li teneva rimestati per un tempo sempre uguale fino a quando li raccoglieva facendone delle palle che, sgocciolate e riposte ben allineate al sole acquistavano compattezza. Ben solide e asciutte venivano poi bruciate nella stufa della nostra cucina che era l’unica, sola stanza riscaldata durante l’inverno. E nitidamente lo rivedo intento ad un altro pesante lavoro utilissimo alla nostra famiglia. Mio padre lavorava alle Tranvie Elettriche Bresciane come amministrativo, ma lo stipendio non era lauto, e noi eravamo in quattro. Perciò, quando si presentava l’occasione “il mi babbo”, comprava le traverse della ferrovie e le poneva poi in cucina su due cavalletti e per lunghe ore le segava per sottoporle dopo ai colpi dell’accetta facendone pezzi adatti alla stufa che ci avrebbe scaldati tutti.
Lo amavo molto. Non abbiamo parlato molto tra noi, ma lui mi educava assiduamente con la sua silenziosa presenza, con la sua costante operosità finalizzata al nostro benessere. Ma il mio era un sentimento contraddittorio; contestavo la sua modestia, il fatto che non si aspettasse niente dagli altri, che non si facesse avanti mai... in nessun caso. Tacitamente contestavo la sua rassegnazione, avrei voluto che si ribellasse e non capivo, allora, che lottava quotidianamente per riuscire a tollerare gli insulti del vivere, la poca salute, la routine di un lavoro poco gratificante. Lui affrontava serenamente il mio sguardo indagatore, mi regalava la sua comprensione e sorridendo indulgente mi apostrofava spesso con una frase, apparentemente sconsolata, “Quanto tu sei grulla! Un tu capisci nulla”.
Mentre le dita scorrono veloci sulla tastiera ecco... nuovi flash, bagliori, lampi. Mia sorella ed io lasciammo la casa paterna sposandoci e i nostri genitori intrapresero un’attività di forte impegno. Rilevarono in una zona periferica della città una tabaccheria con annesso bar e trattoria con un grande spazio all’aperto corredato di tre piste per il gioco delle bocce. Un lavoro duro, impegnativo per entrambi. Mia madre curava la cucina mentre la tabaccheria e il bar venivano gestiti da entrambi, a turno. L’orario dalle sei a mezzanotte o oltre ma il guadagno era buono e lui, il mi babbo, quando alla sera ritirava il contenuto “del cassetto” che un vecchio detto indica come “santo e benedetto” faceva dell’incasso un oggetto quasi di culto. Sistemava le banconote separando quelle rotte e sciupate da quelle ben conservate e le suddivideva secondo il valore. Le stendeva bene con le mani che aveva sempre ben curate e poi le stirava veramente con il ferro da stiro tiepido. Poi riparava quelle rotte e le stirava anch’esse. Il mio babbo non era avaro, ma rispettoso. Rispettava quel denaro che costava fatica e che gli ricordava i tempi in cui non bastava mai.
E poi... rivivo l’ora del commiato quando, tenendo la mia mano tra le sue, mi ha sussurrato: “Te, tu sei forte figliola e nun farai come il tu babbo. Tu ti farai valere e arriverai dove vorrai arrivare. Te, tu lo meriti”. E con un guizzo d’ironia nello sguardo concluse: “Non so come... ma te.. ti ho fatto proprio per benino!”. Ma oggi che ho molti anni di più di quelli che lui aveva al momento dell’addio so di aver fallito proprio perché non sono riuscita ad assomigliargli; anche se ho tentato, ho tentato sempre.

Renata Mucci

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Per ulteriori informazioni sull’attività di Renata Mucci vi invito a consultare quotidianamente il suo gradevolissimo Blog disponibile all’indirizzo http://remucci.blogspot.com . (I.D.)


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