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L'Angolo del Webmaster

a cura di Ermanno


Arte & Comunicazione

Bidibibodibiboo: Maurizio Cattelan, l’arte della provocazione

Round 5

n. 90
27 luglio 2009
(data di pubblicazione sul sito)



Maurizio Cattelan, “Untitled”, 2000



Nel quinto capitolo, ritornano inaspettatamente in scena i personaggi dell’inizio della storia, in veste di testimoni. Le carte, che avevano accumulato informazioni sull’idea di provocazione nel primo capitolo, si dimostrano, attraverso una serie di assurde domande poste da un altrettanto assurdo Giudice, concettualmente complici dell’imputato.
L’arte giudica l’arte e fa riflettere su un altro importante snodo del pensiero di Cattelan: l’energia ghiacciata, ovvero l’impossibilità
(da L'Angolo del Webmaster n. 68, a cura di Antonietta Nista).

In questo numero de L’Angolo del Webmaster la storica dell’arte e redattrice Antonietta Nista ci propone il quinto capitolo del suo approfondito lavoro di ricerca sulla figura del controverso artista Maurizio Cattelan.

I numeri posti tra parentesi si riferiscono alle citazioni che si ritrovano poi nella bibliografia a fondo pagina con relativi autori e titoli. (I.D.)


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TUTTI I BIMBI VANNO IN PARADISO (Quinto Capitolo)

Il primo testimone avanzava stralunato. L’espressione allucinata e gli occhi sgusciati lo rendevano una presenza inquietante. Si guardava sospetto a destra e a sinistra, prima di muovere il passo successivo. A scatti si tirava su i lembi ammuffiti del mantello macero che indossava. Diffidente, si muoveva nel suo spazio ombroso, trainandosi dietro uno strascico di addolorata dolcezza. Guardava tutti con aria persa, intimorito, ma, allo stesso tempo, pronto a scattare se sottoposto ad ingiuria.
Il giudice gli chiese di sedersi. Non trovando accomodamento, il testimone si mise giù su una seggiola ideata per l’occasione: l’accumulo dei suoi stracci.
“Parla!” Ordinò il pretore, distratto dal senso di inferiorità che il soggetto stava provando in quel momento.
“Una sera, faceva freddo e tirava un forte vento. Allora, mi sono infilato, quasi come un fuggiasco, in una locanda calda, sporca e maleodorante, ma ardente. Mi sono seduto, in un angolo, sotto un’arcata di tufo screpolato e ho atteso l’oste. Mentre pregavo che non mi trovasse nessuno, mi sono accorto che sulla parete alla mia sinistra era appeso un foglio di giornale grandissimo. Forse era stato strappato da un quotidiano o un mensile, non lo so, quello che so per certo è che c’era su la foto di un personaggio politico molto importante, scomparso in quei giorni, vittima di un gruppo di militanti. Sulla stella cerchiata, probabilmente il simbolo degli attivisti, era stato aggiunto un graffito che ne tracciava la coda, quasi si trattasse di una cometa. Anzi, non mi sorprenderei se l’intento fosse esattamente quello di imitare la stella che condusse i Magi presso il salvatore del mondo.” Il testimone si fermò, intanto che dimenava il capo in preda ad incontrollabili tic nervosi.
“A dire il vero non ci importa molto delle tue idee e del tuo senso di sorpresa! Devi solo deporre quello che hai visto, mendicante che altro non sei!” Si precipitò il nano.
A quella frase, il tipo leggero lanciò una pigna sulla testa del piccolo, poi guardò in alto, segnando un punto imprecisato. L’accusa, non comprendendone la provenienza, la conservò sotto la gonna e andò avanti a parlare.
“Si tratta del lavoro su Aldo Moro, maestà. Quello in cui il delinquente qui presente si diletta nel deridere un rappresentante importante della nostra cultura e della nostra storia, facendo dell’ironia, a sproposito, su una delle pagine più vergognose nella memoria italiana. E per giunta, ecco l’aggravante, mischiando politica e religione, coniugando il sacro al profano, in un danzante connubio di ignoranza e blasfemia. ”
“Tu? Si proprio tu! – si rivolse il giudice al teste che non aveva reagito ai discorsi di disprezzo appena subiti – Tu che impressione hai avuto? Cosa ne pensi?”
“Per quello che può valere, signore, io ho pensato che ci fosse l’intenzione di toccare con atteggiamento leggero un argomento pesante, signore! Non è solo quell’uomo la vittima dello scherzo, ma anche i suoi carnefici, signore! Il primo a causa del fiasco di un programma politico, i secondi a causa di un ideale degenerato in insensato sopruso (Senza titolo, 1994).”
“Bravo! Sei acuto. Chi sei?”
“Sono la prima carta, sire!”
Il giudice gli fece cenno di allontanarsi dall’aula e quello obbedì. Prima di raggiungere l’ingresso, però, estrasse una lama affilatissima dalle maniche pendenti della cappa e filettò la sottana del nano, lasciandogli un fino, ma sanguinante, graffio sulla mini coscia destra. La gonna cadde e rivelò la pigna rinsecchita.
“Il secondo testimone!” Annunciò il giudice.
Il testimonio fu portato al centro della grande sala da tre strani omini in camice bianco. Su ognuno spiccava una lettera in grassetto, probabilmente la sigla del reparto di provenienza.
Il degente indossava un’elegante camicia di forza. Le braccia strette circondavano, in un soffocante abbraccio, il suo busto, fino a legarsi dietro alla spalla in un nodo forte, indissolubile.
In bocca portava un fazzoletto, sempre bianco e raggrinzito, ma con vistose macchie di bava. Prima che potesse fornire la sua deposizione, i tre omini si scambiarono un’occhiata di complicità: il primo ricucì un buco nel colletto della preziosa camicia, il secondo con un centimetro da sarta ne misurava le dimensioni, il terzo, con uno strappo netto, lo aprì completamente, liberando il compare da quella insopportabile costrizione. I primi due omini scoppiarono in protesta contro il terzo, mentre tutti insieme, ancora borbottando, presero la strada verso l’uscita.
“Allora…vogliamo proseguire con le deposizioni, per favore?” Si informò il giudice, stordito da quella scena.
Una specie di grugnito venne fuori dal naso del testimone.
“Il fazzoletto, messere! Togli quel fazzoletto dalla bocca!” Gli suggerì il pretore.
Il teste, dopo essersi accorto di avere le braccia e le mani libere, si tolse l’ingombro dalla cavità orale e domandò: “Cosa ha detto? Per favore, può ripetere?”
“Nulla, nulla…piuttosto – alzò il tono della voce in una tuonante interpellanza, per evitare di doverla ripetere – Cosa hai visto tu?
“Ho fatto un sogno, una notte. Ero stato male per tutto il giorno e quando andai a letto, le mie angosce presero vita in conturbanti visioni, presagi di morte!”
“Ah, bene, una cosa allegra!” Commentò il giudice, con un mezzo sorriso.
“Cosa? – strillò quello – Come?”
Con un cenno della mano gli fece intendere di proseguire senza preoccuparsi di nulla.
“Così, non appena ebbi chiuso gli occhi, le vidi, come se fossero proprio davanti a me : due mani nere, oscure come l’ebano, congiunte in preghiera con il corpo completamente seppellito sotto milioni di granelli di sabbia!”
“Sta parlando del fachiro, sua squisita giustizia, quello con le mani imploranti fuori dalla sabbia!” Incalzò il nano.
“L’ho capito!” Fu il risentimento d’orgoglio dello stravagante arbitro.
Non c’è nulla di conciliante in questo e ogni ambiguità produce disagio (33)” Rincarò l’accusa e poi: “Questa performance mette fuori tutta la carica volutamente provocatoria, dissacrante e antipatica che l’incriminato incarna! Il fachiro, chiamato da quest’altra parte del mondo, mette in scena, sotto divertita commissione del qui presente banditello, quello che è solito fare nel suo paese d’origine, l’India. Nessuno dei due, ma la colpa sappiamo perfettamente di chi è, si preoccupa di fornire spiegazioni in un contesto non avvezzo a tali diavolerie e che anzi riceve come disturbante e molesta la visione spettacolarizzata del sotterramento di un uomo vivo.”
Il giudice, affascinato da questo confronto spontaneo fra due diverse culture, anche se non aveva ben capito, e forse nemmeno gli importava, di quali si trattasse, si rivolse al teste, dimenticando una cosa importante: “E tu che ne dici?”L’eccellente spettatore, porgendo l’orecchio destro, si trovò costretto a dire per l’ennesima volta: “Cosa, come?”
“Pare che sia sordo, maestà!” Spiegò Iano.
“Ma allora non ha capito niente di niente!” Glossò il nano, seccato dal contrattempo. Prima che tutti si ritirassero, tediati dal ritmo lento della testimonianza, quello alzò la mano per parlare. Permesso accordato, le sue parole risuonarono nel silenzio.
“La potenza di questa immagine, sua simpatica rettitudine, supera i confini del contingente per affondare nelle altezze stratificate dell’inconscio, fino ad insinuarsi nei miei sogni. Evidentemente non è da sottovalutare! La tensione spirituale, l’ascesi, il misticismo, la confusione ed anche lo spettacolo dello sdegno: dice tutto e niente, ma lo fa benissimo (Mother, 1999)!”
Al movimento scattante del braccio destro del giudice, i tre omini rientrarono veloci. I primi due, sottobraccio, confabulavano complici, il terzo, un po’ più indietro, camminava a testa bassa. Lo sollevarono qualche centimetro da terra e, prima di raggiungere l’uscita, mentre muoveva freneticamente i suoi piedi in cerca del pavimento, il testimone ebbe il tempo di urlare: “Io sono la seconda carta, sua meravigliosa beltà!”
E quello, sottile, al troll: “Cosa? Come? – poi comunicò, ridendo ancora a fior di labbra - Il terzo teste!”
Un uomo, mingherlino ma ossuto, con un grande sigaro in bocca, procedeva morbido, avvolto nella soffice ed acre nuvola che produceva. Le guance scavate in lunghe fossette e la testa quasi calva gli donavano un’aria vivace.
Gli occhi, sempre lucidi e in continuo movimento, tenevano sotto ferreo controllo tutta la situazione: “Sulla sinistra il giullare, che sarebbe la difesa, sulla destra quel nanetto, ovviamente l’accusa, davanti il giudice, ma dove gliel’hanno data la laurea?, vicino alla grande finestra il gruppo dei giurati, sotto il banco centrale un troll, un troll?, e quello dev’essere l’imputato, ah certo, ora me lo ricordo!”
I suoi pensieri fluirono come un treno merci in corsa verso una galleria, spaventosamente spediti ed inarrestabili, con una chiarezza tale da travolgerti se ti fossero venuti addosso.
“Buongiorno, comodo prego. Una tazza di tè?” Chiese il giudice, infastidito da tanta rilassatezza.
“No, grazie, sono già troppo nervoso!” Rispose quello, mentre si infilava mollemente un fazzoletto nella manica della giacca da camera.
“Tu cosa hai da dire a riguardo?” Fu la domanda dell’accusa.
Il testimone, sconcertato, guardò il nano e, con un’espressione risoluta del volto, fece intendere che non avrebbe risposto a quello strano individuo. Il giudice rimproverò il nano per non aver saputo approcciare uno dei più importanti denunciatori : “Lascia stare, l’errore è nella formulazione della domanda! Sta a vedere come si fa – prese fiato, si guardò intorno e abbassò il capo in cerca di un tono confidenziale – Tu cosa hai da dire a riguardo?”
Il secco si avvicinò al viso del pretore e, soffiandogli il fumo negli occhi, bisbigliò : “Ero in giro, in una delle vie più trafficate e piene di vita e gioia della città : lavoratori, passanti, bimbi intenti a giocare, amanti e ladri. Una strada splendida! Quando, di colpo, la mia suscettibile attenzione si è spostata verso una specie di locale festoso. C’era un mucchio di gente che rideva e si scambiava sguardi ammiccanti. Tante belle donne e lei sa… – alzò il sopracciglio, mimando un bacio a labbra affilate – lo sa, no?” Non ricevendo una controbattuta degna, proseguì.
“Così mi sono precipitato dentro e, appena varcata la soglia, ho visto un tipo gaio e sorridente saltellare, come un perfetto idiota, al centro della stanza e, quel che è peggio, indossava un costume rosa mutande a forma di fallo gigante mascherato da coniglietto (Errotin! Le vrai lapin, 1994).”
“Cosa avrà voluto dire?” Interruppe il racconto la difesa. “Si trattava di una prestigiosa galleria d’arte il cui gestore è stato esposto al pubblico ludibrio da uno dei suoi subalterni più squilibrati!”
“A dire tutta la verità - corresse il teste - quel tipo era alquanto divertito da ciò che stava succedendo, signore!”
Neanche uno sguardo al piccoletto.
“Quando mi sono girato per uscire – continuò il testimonio più interessante – ho notato altri due personaggi balzani, seduti sul davanzale di una finestra bianca, afflitti, accaldati, sospesi in un emozionante mutuo soccorso, con indosso due pelosissimi costumi carnevaleschi da leone (Tarzan & Jane, 1993). E non ho ancora finito, carissimi! Senza accorgermi di non aver imboccato la via giusta per l’uscita, mi sono trovato davanti agli occhi, come un pugno sinistro sferrato da un abile pugile che cerca di incastrare sotto la cintura il suo avversario, un uomo grassoccio, sfinito, appesantito dall’ irreprensibile forza di gravità, letteralmente appiccicato al muro con dello scotch industriale argentato. Solo la testa, come un batacchio rammollito, e i piedi ciondolavano fuori dalla grossolana crocifissione. Una scena a dir poco terrificante (A perfect day, 1999).”
“È stato un tentativo di trattare, con equivoca originalità, uno dei temi più discussi della contemporaneità, ovvero il rapporto, talvolta perverso, che nasce tra dirigente e dipendente. Rapporto spesso travestito da amicizia, ma fortemente viziato da interessi economici e, soprattutto, di potere, come la scelta del simbolo fallico apertamente denuncia.” Fu il primo intervento della difesa.
“Tu cosa ne pensi?” Si rivolse il giudice al vecchietto, stoppando una nuova interrogazione da parte del nano, destinata a fallire.
“Cosa vuole che le dica? – sbuffò – Ho sorriso, mi sono un po’ preoccupato per quell’uomo e mi sono commosso per quei ridicoli finti animali. Poi, me ne sono tornato a casa e ho fatto all’amore col mio nuovo ideale!”
In preda a visioni di passione sfrenata, lo smilzo si allontanò dall’aula e, puntando la mano contro il tipo leggero, segnò il numero tre con indice, medio e anulare. Dopo sparì.
“Il quarto segnalatore!” Avvisò il troll. Nessuno entrò. “Ho detto, avanti il quarto segnalatore!” Ripeté, schiamazzando, il mostriciattolo.
“Ero alla fermata della metropolitana.” La frase rimbombò nel silenzio, ma non si vide nessuno. I giurati vociarono, spaventati.
“Vieni avanti, non avere paura!” Fu l’incoraggiamento del giudice. “Ma dov’è?” Chiese, quindi, a Iano.
“Pare che si sia chiuso nel bagno, sua magnificenza. Qualcuno dice che abbia detto di non avere alcuna intenzione di uscirne e che deporrà da lì.”
“L’acustica è buona. – rispose affascinato - Si può fare. Continua.”
“Ero alla fermata della metropolitana. A casa mi aspettava mia moglie e, se avessi fatto ritardo, mi avrebbe impedito di allontanarmi per i futuri tre mesi. Avevo una certa fretta, insomma. Ma il treno tardava. Nel frattempo, non sapendo che fare, mi sono messo a studiare i muri sudici del magnifico tunnel e ho scoperto che era interamente tappezzato con un manifesto in bianco e nero, scritto in arabo, simile a quei messaggi politici che vanno tanto di moda oggigiorno.”
Il riverbero delle parole nell’aria lasciò gli astanti in attesa di una spiegazione.
“In un clima oscuro e disordinato, come quello che stiamo vivendo, questo poster si rivela essere un’altra bravata di cattivo gusto da parte di quell’insolente accovacciato su quella mattonella là in fondo! – il nano era scattato come una corda nuova in tensione – L’ incisione severa, l’impostazione rigida e la forte bicromia, allusione alla costante lotta fra bene e male, suscitano allarme. L’incomprensibilità di un linguaggio lontano, che non appartiene alla nostra cultura e alla nostra tradizione, getta la comunità nel panico e la induce al razzismo e all’intolleranza.”
Il giullare si introdusse, leggiadro, nella discussione.
“Ma certo, se questo fosse vero il qui presente non sarebbe qui presente. Sarebbe già in prigione o nell’altoforno! Ogni magia ha il suo trucco ed ogni trucco ha una sua soluzione. Il manifesto, infatti, riporta semplicemente una bellissima lettera d’amore tra due amanti costretti a vivere separati il loro sentimento, a distanza!”
“Ma è fantastico!” Si entusiasmò il giudice. Dopo, però, accortosi di essere il giudice e di dover essere, per questo, imparziale ed indifferente alle interpretazioni, riprese la sua posizione e chiese al testimone: “Tu da che parte stai?”
Quello, dal bagno, rispose: “Avverto una allegra e cosciente incoerenza tra la materia del manifesto e lo strumento di informazione utilizzato per la sua diffusione. Dovrebbe far nascere una divertita risatina a denti stretti in chi viene a conoscenza del giochetto, ma non sono convinto che questa sia la reazione della comunità. Troppo sfacciato l’intento e troppo indecifrabile lo scherzo! Però, e questo bisogna accettarlo, aderisce perfettamente alla regola d’oro di ogni prestigiatore: il trucco c’è, ma non si vede (Senza titolo, 2004)! Ora scusatemi, ma mia moglie non può più attendere.”
“Che strano andazzo!” Postillò il pretore.
“Io non sono pazzo, sono il quarto!” Gracchiò il teste, in un forsennato squarcio di gola. L’eco della voce, pian piano, si disciolse nelle lontananze del castello.
Squilli di trombe, rulli di tamburi, schioppo di dita e battito di mani: questo fu l’ingresso del quinto testimonio. Eretto, al centro di una grande scacchiera sollevata agli spigoli da quattro forzuti leoni, i pugni stretti sui fianchi e la maschera di un cavallo bianco.
Con decisi movimenti della braccia incitava la giuria che, senza un apparente motivo, si entusiasmava alla sua sola vista. Il giudice, dopo aver regalato uno sguardo soddisfatto al tipo leggero, si mise anch’egli ad applaudire, sorridendo e chiedendo il bis. Agile come una lepre, il teste prese posizione sulla scacchiera e disse a voce alta: “Basta poco per conquistarli, sua gloriosa equità!”
“Preoccupati di fare la tua deposizione che al giudizio finale dobbiamo ancora arrivarci!” Accorse inacidito il nano, intronato da tutta quell’esultanza.
Il cavallo, non troppo preoccupato di quella presenza irritante, diede inizio alle sue confessioni.
“Semplicemente cercavo qualcosa da indossare per una serata importante, qualcosa di non troppo elegante, ma di classe, non facilmente apprezzabile, ma che non creasse nemmeno troppo disturbo. D’altronde la raffinatezza non è per tutti!”
Disse quello mentre si pettinava, concentrato, la folta criniera. Fulmineo, saltò due quadrati in avanti e con un movimento lesto di una gamba si spostò sulla casella bianca a sinistra.
“Dai, racconta…siamo tutti orecchie!” Suggerì il troll.
“Certo, ma prima di parlare, una mossa, compare.” Fu la risposta del curioso informatore.
Il troll montò sulla scacchiera e dal punto di partenza si mosse di due in avanti.
“Un semplice pedone, lo sospettavo.” Passò oltre l’altro, mentre accerchiava all’angolo i suoi ricordi.
“Nel momento in cui ricercavo all’interno del mio armadio questo abito liturgico, mi sono accorto che, appeso come un impiccato al mio attaccapanni, inspiegabilmente, c’era un figurino impressionante che mi fissava con gli occhietti lucidi e le sopracciglia affilate. Sospeso per il colletto del suo completo in feltro, con le braccia molli e le gambe, a piedi nudi, penzolanti, dichiarava la totale e passiva soggezione alla gravitazione.” Due sulla sinistra e uno in avanti, sul quadretto nero : la mossa del teste.
“Se non vado errato, signore - si inframmezzò furtiva l’accusa – questo è una derisione bella e buona nei confronti di un genio contemporaneo, Beuys, per il quale il feltro non è stato semplicemente un tessuto con cui vestire buffi fantocci, simili a bamboline vudù. Esso rappresentava quasi un tunica sacra che gli ha restituito la forza in un momento cruciale della sua esistenza e grazie al quale l’arte gli si è svelata in tutta la sua potenza rigeneratrice e catartica. Questo, invece, continua a giocare con concetti importanti come se scartasse caramelle!”
Il giullare, sentitosi chiamare in causa, reclamò.
“La trasfigurazione estetica è stonata come un pianoforte antico non ancora messo a nuovo, degni auditori. È ormai scontato che l’idea di un’arte dal potere così intimo, vitale e forte, oggi, abbia fatto sorridere il nostro amico. La società che ci circonda è così concentrata in un diversissimo genere di cose che diventa impossibile credere in un valore funzionale dell’arte nel futuro.”
“Mi oppongo!” - protestò il giullare - Questo sfaticato iettatore appartiene alla folta schiera di profeti della morte dell’arte! Un becchino a piede libero, signori miei!”
“Ma quale becchino! Quale iettatore! Per favore, basta con questo oscurantismo! È lui stesso ad essere appeso all’attaccapanni, quindi l’attacco è trasversale. In quanto artista quotato e consacrato dal sistema dell’arte, egli ci domanda se il nostro approccio a questo mondo è ancora tanto romantico. Ed è sempre lui ad essere stretto in una posizione di piena apatia e abbandono, coi piedi sollevati da terra, che non gli permettono di camminare, né tantomeno di correre verso una presupposta rivoluzione (La rivoluzione siamo noi, 2000).”
Il giudice apostrofò il testimone: “Altro?”
E quello: “ Ah, si, si, certo! Un movimento, prego.” Fu l’invito a Iano. Il troll, ignaro delle regole, avendo visto le prodezze del suo avversario, fece tre balzi innanzi e, con una sorprendente rotazione del bacino, si piazzò su una casella bianca di fronte al cavallo. Quest’ultimo, non intendendo la mossa, gridò: “Alt! Non l’ho capita: mi piace!” Quindi, riprese da dove aveva lasciato. “Nel girarmi, inorridito da tale visione, mi sono accorto che la parete di fronte al pupazzo era interamente ricoperta di carte di quaderno elementare su cui spiccavano, in una sadica persecuzione, fiumi di correzioni, inflitte al foglio come una immeritata condanna.”
“Una derisione dei nostri metodi di insegnamento, praticamente!” Inveì l’accusa.
“Ma che farnetichi? – rimandò il giullare – Con una vena di sarcasmo, le frasi di punizione si riferiscono a situazioni di violenza e sofferenza che il mondo degli adulti non riesce a risolvere, se non attraverso la rimozione o la tecnica dello struzzo che si nasconde appena sorge un problema (34). Non ha a che vedere solo e direttamente col mondo della scuola e con la sua didattica. La prospettiva è più allargata, dilatata, abbraccia tutto l’ambito di una vita, con la sua preoccupazione per l’assenza di una via di fuga (Senza titolo, Exercise books, 1991).”
“Condividi, corsiero?” Domandò il pretore al teste.
“Muova, messere!” Il giudice lanciò, furiosamente, un barattolo contro la scacchiera e disperse tutte le figure, poi ordinò . “Rispondi!”
“La corrente di pensiero si divide in due grandi blocchi, sua gravità, separati e distinti tra loro: da una parte c’è chi crede in un ideale romantico mutuato dal passato, dall’altra chi profetizza la morte dell’ideale. Ciò di cui non ci si rende conto, solennità, è la continuità. Essa, sire, non giace nella preservazione del modello tradizionale, ma nella sua evoluzione. Se queste due correnti confluissero in un unico corso, si potrebbe ben comprendere, finalmente, il motivo per cui questo illustre sconosciuto ci sta facendo perdere il nostro preziosissimo tempo intorno alla sue gherminelle, santità!”
Il giudice, ravvivato dall’ultima illuminante parola pronunciata dal destriero, si disse convinto ed invitò il sesto testimonio.
Prima di uscire, lo scacchista raccolse la scatoletta che stava coricata inerme sul campo di battaglia e, senza leggerne l’etichetta, la aprì con la sua vigorosa dentatura equina e ne ingurgitò il contenuto in quattro e quattr’otto.
I quattro leoni forzuti rientrarono, mentre il cavallo, distendendo il palmo della sua mano, faceva la sua uscita trionfale, sotto gli applausi elettrizzati della giuria. Una sospetta, ma compiaciuta, espressione di disgusto gli si era stampata in viso.
La sesta spia entrò di corsa, alla ricerca di qualcosa di valore. Si guardava a destra, si abbassava a sinistra. Capovolgeva il sopra e raddrizzava il sotto. Frugava nelle tasche dei giurati, nel copricapo del giullare, sotto la gonna del nano, dentro le narici del tipo leggero. Rovistò tra i capelli arruffati di Iano e nella toppa delle sue braghe. I presenti assistevano all’evento con sincera partecipazione, assumendo, come propria, la ricerca di questo misterioso e incantevole oggetto perduto. Non appena, però, quello si avvicinò al banco giudiziario, per sbirciare sotto la toga del pretore, questo lo bloccò: “Che fai? Non oserai mica?”
“Ma sua veneranda rettitudine – protestò quello – lei non comprende! L’ultima persona ad esserne in possesso è stata lei!”
“Io?” Chiese a se stesso interrogativo.
“Si tratta di una scatoletta che riporta una scritta in più lingue, avvolta in una carta bianca, punteggiata in grigioverde Sulla parte superiore c’è un numero di serie. L’ha vista? È mia! Si sforzi, ricorda?”
“Oh si, ma certo, eccola… - fece per tirarla fuori da sotto al mantello, ma si fermò, meditando di averla scagliata, qualche secondo prima, contro la scacchiera, perciò raccontò che il cavallo ne aveva fatto, incuriosito, un sol boccone. “Ma, sua ragionevole imparzialità, lei non ha la minima idea!”
“Basta così. – Strepitò il nano – Deponi!”
“Va bene, sono qui per questo. Penso sia stato ieri pomeriggio, quando il mio occhio, è stato catturato da una targa affissa su un muro di un importante edificio della città. Erano elencati, incisi su vetro, i nomi di valorosi benefattori che avevano contribuito “con cospicue e generose donazioni a promuovere i più alti ideali nel campo dell’arte”. In conclusione di questo eccitante registro, nominato Fondazione Oblomov, il nome e il cognome dell’imputato, il mese e l’anno.”
Il tipo leggero, che per tutto il tempo della terza parte del processo era rimasto fermo e quasi impassibile, mugugnò qualcosa di imperscrutabile verso il teste. L’unica cosa che si comprese era che i due erano stati probabilmente in combutta per quel progetto, al momento oggetto di accusa.
“Oblomov, signori, è l’ignavo protagonista di una novella di Goncarov che tutti, senz’altro, ricordiamo. L’accidioso personaggio spende tutto il suo tempo, sdraiato su un letto o sul divano, incapace di agire. E sulla base di questo insopportabile atteggiamento, l’incriminato decide di fondare un’associazione al fine di istituire un premio in denaro per artisti, a condizione che non producano alcuna opera per un anno intero. Un modo insensato per mettere in crisi lo sviluppo di una fortunata carriera! E non dimentichiamoci – aggiunse l’accusa determinata – che non avendo trovato, come ragionevole, nessun artista disposto ad un simile gesto estremo, l’accusato si è autopremiato ed ha utilizzato quel denaro sporco per fuggire via.”
“Tu credi la stessa cosa, cercatore?” Domandò il giudice al testimone.
“Veramente, signore – guardò, clandestino, il compare, mentre improvvisava una scusa – questo atteggiamento rende assurdo il sistema di autopromozione dell’arte contemporanea, mettendo sadicamente in bilico il concetto di premio tra traguardo e punizione (35) (Fondazione Oblomov, 1992).”
Il tipo leggero si rizzò in un applauso concitato, allargando le braccia e poi richiudendole in ampi e ridicoli movimenti.
“Ho il sospetto, sua onestà, che l’imputato e il testimone abbiano precedentemente avuto una certa frequentazione! Non trova?” Interrogò il nano, allusivo.
“Non molto diversa da quella che ha unito nei giorni passati te e il tuo avversario, caro mio!” Rispose il giudice, con un velato frizzo, poi, volgendosi di nuovo al teste, si espresse: “Va bene, prenderemo atto delle informazioni che ci hai fornito, compresa questa dichiarata relazione tra te e l’accusato. Ora, se ce lo concedi, puoi liberarci della tua presenza e lasciare entrare il settimo osservatore.”
“Non mi oppongo, signore, ma prima di andarmene, voglio che voi sappiate una cosa : siamo tutti innocenti, signore. Non accettiamo le colpe, perché siamo puri e schietti, genuini e autentici, anche se spesso, questo atteggiamento, dalla complessa semplicità, ci ha cacciato in una mare di guai, sire. Respingo ogni accusa per me, per i miei amici e per l’imputato, rivendicando un inspiegabile slancio verso qualcosa di travolgente. Tutti i magnifici castelli di parole che avete costruito in quest’aula, signore, si reggono su un precario equilibrio di azione e reazione, ma se aprite la finestra, un leggero soffio di vento potrebbe farci crollare il soffitto in testa. Quello che conta è la potenza delle immagini, maestà, che non possono essere definite in termini perché il linguaggio verbale non ha nulla a che vedere con il codice visivo. Dunque, il mio consiglio più sincero è… state zitti, tutti quanti!”
Così dicendo, il complice del tipo leggero prese l’uscita, buttando un occhio a destra, sempre in preda ad a quell’ansia sottile, abbassandosi a sinistra, capovolgendo il sopra e raddrizzando il sotto, frugando nelle tasche dei giurati, nel copricapo del giullare, sotto la gonna del nano e dentro le narici del tipo leggero, rovistando, ancora una volta, tra i capelli arruffati di Iano e, infine, nella toppa delle sue braghe. Perciò se ne andò.
Il giudice, esausto, parlottò tra i denti : “Ma quando finisce?”
“Sua luminosa clemenza, - invocò il troll, impensierito – non riusciamo a rintracciare la settima carta. Qualcuno sostiene che non si trovi nel castello, altri garantiscono che sia proprio qui in mezzo a noi, sotto mentite spoglie. Il fatto è che, per questo, il giudizio finale ne verrà viziato.”
Il giudice torturava, nervoso, i suoi occhiali e non sapendo cosa fare, si levò in piedi e si rivolse direttamente al tipo leggero.
“La realtà della finzione mi ha sempre affascinato, soprattutto quando diventa sempre più difficile distinguere i due piani. Ho notato, in cima ad una discarica, un’insegna identica a quella famosa che troneggia sulle colline di Los Angeles, dove, tutti sappiamo, le icone moderne vengono industrialmente concepite per interpretare quei sogni impressi su pellicola. Questi, in seguito, saranno offerti, come pasto per i leoni nell’arena, al pubblico consumo (Hollywood, 2001). Si tratta di teatro nel teatro, di gioco nel gioco, di eco di riflessi, di subaffitto di concetti! Una cosa così difficile da capire che, alla fine, uno si domanda solo perché? Un labirinto mentale così contorto, macchinoso e astruso da renderne assurda l’esistenza stessa. Hai rubato idee, forme, oggetti ed hai creato un personale dramma di burattini, una romanza per resina ed orchestra. Tutti fiati sprecati!”
Il toccante monologo del pretore fu sinistramente interrotto dagli schiamazzi ripetuti del nano che si stringeva, in modo bizzarro, al cappello del giullare.
“Oh mio dio, oh mio dio!” Recitava in coro la giuria.
“Cos’è mai?” Chiese il giudice maestoso.
La strana folla, incollata alla grande finestra, mise fuori dalla sua bocca un suono di sgomento: il corpo di una donna fluttuava proprio sotto la superficie del lago, nel bosco che circondava il castello, galleggiando come una boa. Di tanto in tanto, ondeggiava, scivolando un po’ più giù, ma, poi l’ultima goccia la inghiottì, sul fondo buio e freddo, dove tutte le voci, i gemiti e le risate danzano, spiriti burloni, sospesi negli specchi di un palazzo d’acqua, a ritmo di canti popolari all’incontrario (Out of the blue, 1997).
“Era l’ultima testimone!” Piagnucolò l’accusa, battendo i denti sul granito nero del pavimento.
Il tipo leggero era rimasto fisso al suo posto. Stringeva tra la mani la tazza di tè che il nano aveva frettolosamente abbandonato, vittima dell’inatteso sbigottimento, quando si accorse che dentro ci era finito un insetto. Così ebbe inizio la sua emozionante avventura nel tentativo di tirarlo fuori da quel liquido gelido. Sembrava, però, che più cercasse di portarlo a galla, più quello sprofondava in basso. Allora, lo spingeva verso i bordi della tazza, per farlo scivolare lungo le pareti, ma ormai le sue ali erano completamente bagnate e lui pareva aver abbandonato ogni speranza. Per quanto le sue dita si sforzassero di essere leggere, finirono per schiacciarlo, strisciando il suo morbido corpo sulla ceramica.
“Riposi in pace.” Stormì, abbozzando un sorriso.


(33) G. Verzotti, Maurizio Cattelan, Castello di Rivoli, Charta, Milano, 1999.
(34) F. Bonami ( a cura di), F. Manacorda, Maurizio Cattelan, op. cit.
(35) F. Bonami ( a cura di), F. Manacorda, Maurizio Cattelan, op. cit.

Antonietta Nista

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L’appuntamento con il sesto capitolo de “Bidibibodibiboo: Maurizio Cattelan, l’arte della provocazione” è fissato per il prossimo 27 agosto. (I.D.)


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