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Non è uno che va tanto per il sottile, Marcel, ma nemmeno gli avversari sono tipi scherzosi. In trasferta Oltreoceano, nel settembre 1948 ottiene l’agognata chance mondiale annientando nell’arco di dodici accesissimi round le ambizioni del temibile Tony Zale, il cui nickname Uomo d’Acciaio risultava più che appropriato considerando l’invidiabile agonismo e la mascella granitica messe sul piatto dal pugile d’origine polacca. Forse consapevole di essere entrato in un’altra dimensione, da nuovo campione del mondo, Cerdan licenzia in tronco il suo storico manager Lucien Roupp, che aveva avviato al pugilato il giovanissimo Marcel nel Marocco degli anni Trenta. Al posto del giubilato Roupp viene ingaggiato il già citato Longman, assistito nel disbrigo degli affari da Armand, fratello del campione, a sua volta con precedenti esperienze sul quadrato. Prima dell’incontro con La Motta, nel quale avrebbe perso il titolo mondiale dei medi, Cerdan affronta senza eccessive preoccupazioni il britannico Dick Turpin, liquidato in sette riprese a Londra, e il franco-polacco Lucien Krawsyck sul ring amico di Casablanca. E’ il 1949, il campione in carica sa di doversi preparare al meglio in vista della sfida che il 16 giugno lo vedrà a tu per tu con il Toro del Bronx, atleta fisicamente integro del quale Sugar Ray Robinson, altro brutto cliente per qualunque pugile dell’epoca, ebbe a dire: E’ incredibile. Mentre lo colpisci ti guarda come se tu fossi un… pazzo.
A Detroit, Michigan, il pugile che combatteva sempre come se non meritasse di continuare a vivere, definizione data dallo stesso Jake in riferimento alla propria attitudine mostrata durante gli incontri, mossa evidentemente da un profondo convincimento d’onnipotenza sportiva, parte come sfavorito, visto che sulla carta è Cerdan a possedere un migliore bagaglio tecnico. La Motta, newyorchese di origini siciliane, è notoriamente un avversario abituato alle risse di quartiere, un ex bullo di periferia in grado di combattere ai limiti del regolamento, ciononostante secondo gli scommettitori ben difficilmente riuscirà a spuntarla sul detentore del titolo. Invece no, l’infortunio rimediato da Cerdan alla spalla sinistra nel corso del match costringe il campione del mondo a difendersi utilizzando un braccio solo: Jake sfrutta l’irripetibile occasione scippando all’avversario la corona per interruzione del combattimento al termine del nono round. Non è Longman, nuovo manager di Cerdan, a gettare l’asciugamano, forse intimorito dagli avvertimenti del suo assistito (Se lo fai, mi uccido), bensì l’arbitro su indicazione del medico Joseph Callahan, che constatò l’eccessiva gravità delle ferite riportate.
La scena si sposta nuovamente a Parigi, aeroporto di Orly, esattamente da dove eravamo partiti. Cerdan è consapevole di poter riconquistare il titolo, sottratto da un La Motta in stato di grazia nel momento in cui il campione, in corsa verso l’inevitabile sconfitta, faticava a reagire a causa del forte dolore alla spalla. No problem, deve aver pensato Marcel, la pratica si risolverà con la rivincita. Prima data fissata il 28 settembre 1949 al Polo Grounds di New York. Stavolta, però, è La Motta a patire un infortunio in allenamento, così gli organizzatori si vedono costretti a rinviare la sfida al 2 dicembre, nello storico Madison Square Garden. A pilotare quel Lockheed Constellation FBA-ZN della compagnia Air France c’è il comandante Jean de la Neue, quasi settemila ore di volo all’attivo, ma la storia è già scritta. L’aereo su cui viaggiano Cerdan e Longman si schianta sulle pendici del monte Redondo, nelle Isole Azzorre, nel cuore dell’Oceano Atlantico, dove de la Neue pensava di rifornire il velivolo di carburante prima di proseguire in direzione New York. Nessun passeggero sopravvive al devastante impatto. Marcel Cerdan da Sidi Bel Abbes non avrà mai la sua rivincita sull’insolente Jake La Motta, ma solo funerali a Casablanca, nella città che diede il titolo al film diretto da Michael Curtiz e interpretato dal duo Bogart-Bergman e lo vide tirare i primi pugni al sacco, in un periodo in cui le tensioni tra arabi e francesi l’avevano facilmente indotto a temprare il corpo e la mente in palestra.
Lo piange pubblicamente l’intera Francia, che riconosce in quel suo figlio qualità sportive sopraffine, come testimonia la celebrazione andata in scena a tre giorni dalla scomparsa dell’ex campione nel rinomato Palais des Sports di Parigi. Lo piange, in forma più privata, la compagna-amante Edith Piaf, novella Dama Bianca che intrecciò una discussa relazione con Cerdan, legittimo consorte dell’anonima Marinette, figlia di un droghiere marocchino, e padre di tre figli, uno dei quali, Marcel Jr, seguì le orme paterne calcando il ring negli anni Sessanta, senza nemmeno tentare di nascondere un legame sentimentale alquanto dibattuto sulla pur casta stampa dell’epoca.
In seguito alla morte di Marcel, la spumeggiante Edith precipita vorticosamente nel tunnel dell’alcool e della droga, non prima di dedicare all’amato la canzone Hymne à l’amour, cioè Inno all’amore, che la porta rapidamente al successo planetario. Si riprenderà, Edith, grazie anche al matrimonio col giovane Théo Sarapo, cantante e attore di origine greca, ma non sarà più la stessa. C’è da chiedersi se e quando Marcel Cerdan, nel mese che segna i sessant’anni dalla sua prematura e per molti versi assurda scomparsa, potrà disputare quell’agognato match di rivincita. Dall’alto delle sue 88 primavere, Jake La Motta, l’uomo che ammise candidamente di essersi fatto mettere al tappeto non tanto dagli avversari uomini quanto piuttosto dalle donne incontrate fuori dal ring, questa rivincita non ha fretta di concedergliela.
Il Direttore