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a cura di Ermanno


Intervista

Cesare Zavattini, un personaggio tra le arti

n. 97
26 ottobre 2009
(data di pubblicazione sul sito)



Cesare Zavattini ritratto a Luzzara nel 1973



Non si può certo dire che Cesare Zavattini, figlio di quell’Emilia che nella prima metà del Novecento seppe brillantemente valorizzare numerosi talenti in una pluralità di contesti artistici, amasse starsene con le mani in mano. Commediografo, giornalista, narratore, pittore, poeta e sceneggiatore, il fondatore del Bertoldo interpretò al meglio ciascun ruolo, che con non poca caparbietà e determinazione aveva deciso di attribuirsi.

Nel ventennale dalla scomparsa di Zavattini, il critico d’arte e redattore Walter Nicolosi, attento conoscitore della realtà emiliana e dei grandi personaggi storici ad essa connessi, ha gentilmente accettato di concedere un’intervista esclusiva a L’Angolo del Webmaster, allo scopo di esplorare la poliedrica personalità di una delle più note ed apprezzate firme della “Gazzetta di Parma”.


Critico Nicolosi, in qualità di attento conoscitore della realtà emiliana, qual è stato a suo modo di vedere il rapporto tra Cesare Zavattini e Luzzara, il paese ubicato in provincia di Reggio nell’Emilia che gli diede i natali il 20 settembre 1902?

Cesare Zavattini ha avuto un rapporto osmotico con Luzzara, mantenuto costante anche nei molti anni trascorsi altrove che ne hanno anzi rafforzato i sentimenti, come testimoniano la raccolta di poesie in dialetto luzzarese “Stricarm’ in d’na parola” (in italiano: “Stringermi in una parola”), le annuali rassegne di pittura naïve organizzate nel paese natio ed i due libri fotografici, intitolati “Un paese” e “Un paese vent’anni dopo”, di cui è stato promotore, oltreché curatore della parte testuale.

Non vi sono dubbi sul fatto che Zavattini abbia avuto una luminosa carriera di sceneggiatore cinematografico. Mi può delineare i principali aspetti di questa sua attività?

Cesare Zavattini è stato uno dei fondatori del neorealismo cinematografico, rimanendone poi sempre fedele interprete, ed ha intensamente analizzato la realtà circostante, osservata in un ognuno dei suoi multiformi e variegati aspetti; Zavattini intendeva realizzare una cinematografia non subordinata a precipui interessi commerciali, ma orientata invece verso una disincantata descrizione dei mutamenti economici e sociali italiani che coniugasse la rappresentazione fattuale di circostanziati accadimenti spaziotemporali con la riflessione socioculturale sui relativi effetti.

Quale ritiene possa essere il contributo di Zavattini nei confronti della letteratura italiana novecentesca?

La principale peculiarità delle opere letterarie di Cesare Zavattini è la critica sociale, palesata attraverso un umorismo satirico generato da un complesso ma equilibrato connubio tra realtà e fantasia, dove quest’ultima simboleggia i tragicomici paradossi insiti nella prima ed è funzionale alla stigmatizzazione di ciò che l’autore ritiene erroneo e deleterio; l’intera produzione letteraria di Zavattini è altresì pervasa da un latente anticonformismo che ha contribuito a destrutturare i rigidi dettami formali della letteratura italiana novecentesca in favore di un’interazione tra differenti metodi di narrare e di intendere la narrativa.

Se penso allo Zavattini sceneggiatore di fumetti, mi viene subito in mente il periodo da lui trascorso come direttore editoriale alla Disney Mondadori nella seconda metà degli anni Trenta. Ha qualcosa da raccontare al riguardo?

Per undici anni Cesare Zavattini ha scritto la sceneggiatura di numerosi fumetti, sia con personaggi di sua invenzione che con quelli della “Disney Mondadori”, allora concessionaria italiana di “The Walt Disney Company”, preferendo però non firmarli perché temeva che potessero nuocere al prestigio della sua attività letteraria: soltanto nel 1947 ha iniziato a dichiarare di essere anche un autore fumettistico; Zavattini, in tale ambito, non ha mutato gli stilemi impiegati nella narrativa, difatti l’utilizzo di circostanze fantastiche o fantascientifiche è strumentale al racconto di avvenimenti storiografici od all’enunciazione dei propri ideali, ai quali si aggiunge quivi la finalità pedagogica di sensibilizzare finanche lettori non adulti su tematiche storiche e sociali.

Stiamo parlando di un personaggio innamorato della pittura, tanto che non a caso gli è poi stato intitolato il Museo Nazionale delle Arti Naïves situato a Luzzara. Come può essere classificato il suo contributo sotto questo punto di vista?

Come organizzatore di esposizioni pittoriche, Cesare Zavattini è stato uno dei più eminenti conoscitori ed estimatori della pittura naïve, intesa come la più genuina e spontanea espressione di un subconscio ancora scevro da preconcetti, tale da ammirare con letizia ciò che l’alienante quotidianità fa apparire ovvio e, quindi, non debitamente apprezzato; come pittore figurativo, Zavattini ha privilegiato la ricerca dell’autenticità e della semplicità, inscindibilmente interconnesse alla rievocazione memoriale; come collezionista d’arte, infine, Zavattini si è particolarmente interessato ai miniquadri, in cui i complessi virtuosismi tecnici necessari per unire in uno spazio esiguo la soggettività con l’oggettività costituiscono la connotazione saliente di una raffinata sensibilità artistica.

Secondo la sua analisi, da che cosa deriva la passione di Zavattini per le arti naïves nel loro complesso?

Questa sua predilezione è dovuta soprattutto ad Antonio Laccabue, in arte Antonio Ligabue, i cui quadri, appartenenti alla tipologia stilistica naïve, nascevano da un estro creativo ispirato e corroborato da solitarie passeggiate lungo la riva destra del Po a Gualtieri ed a Guastalla, in simbiosi con un ambiente pressoché analogo a quello rivierasco di Luzzara, molto caro a Cesare Zavattini che l’aveva percorso frequentemente: tale identificazione dell’artista con i luoghi più amati è presente anche nell’intera esistenza dell’intellettuale luzzarese; inoltre, Antonio Ligabue, come conferma anche il poema “Toni” scritto da Zavattini, ha convissuto apoditticamente con genialità e sofferenza, euforia e tragedia, ovvero dicotomie che un attentissimo osservatore come Zavattini ha trasposto nelle sue opere, ravvisandovi gli archetipi dell’incomunicabilità e dell’incomprensione tra gli esseri umani.

Giornalista alle prime armi sulle colonne della “Gazzetta di Parma” a partire dal 1926, in Zavattini è certamente maturata una precisa idea circa il ruolo rivestito nella società dalla carta stampata. Cosa può rivelarmi a proposito del suo rapporto con il mondo dell’informazione?

Cesare Zavattini credeva nell’assoluta ed incondizionata libertà di stampa, priva da ogni sorta di censura, e nell’indipendenza del giornalismo dagli interessi commerciali e dal conformismo autoreferenziale, come dimostrano i “Cinegiornali della pace” ed i successivi “Cinegiornali liberi”, dei quali è stato ideatore, tesi a creare un mezzo d’informazione non eterodiretto, né massificante; la professione giornalistica, per Zavattini, doveva essere strutturata sull’obiettività e sull’intelleggibilità delle proprie idee, al fine di portare la conoscenza di ciò che accade per consentire di trarne la relativa opinione personale, in totale libertà di coscienza, ed agire conseguentemente nella vita quotidiana.

In conclusione, ritiene che l’esperienza di giornalista abbia influito sulla produzione artistica di Zavattini? Se sì, in che modo?

L’attività giornalistica di Cesare Zavattini è stata determinante per tutte le sue opere, pittoriche, cinematografiche, teatrali e letterarie, poiché vi è rimasta intonsa l’appassionata attenzione del cronista che osserva il mondo criticamente, con un coerente rigore morale; l’intera produzione artistica di Zavattini è la fedele e nitida concrezione di sé.


Ulteriori informazioni sul poliedrico autore emiliano si possono ricavare consultando il sito ufficiale a lui dedicato dalla Biblioteca Panizzi di Reggio nell’Emilia in collaborazione con l’Archivio Cesare Zavattini, disponibile all’indirizzo Internet www.cesarezavattini.it.

Il Direttore


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