
La stessa soggettistica cui egli fa ricorso per esprimersi in termini di denudata e scarnificata chiarezza è sintomatica del suo concepire la conversazione affidata al pennello con grumi di cromie pastose ed istintive, dove non è difficile scorgere la sua propensione all'essenzialità dell'impianto, nel cui corpus la definizione è trascurata con l'intento di lasciare l'osservatore non vincolato nel trarre le personali e consequenziali valutazioni.
La sua è una tavolozza che fonde innocenza e primitività, concrescenza e umoralità, desiderio di ritrovare, o quantomeno immaginare, tutto per sé un mondo nel quale ciò che appartiene all'alienante componente tecnologica è bandito, così come è rimosso totalmente dalla sua interiorità.
Frassoni è lungi dal seguire o dall'imporre canoni perentori e definiti, preferendo cimentarsi con un esercizio ludico che appaghi prioritariamente lui come detentore e mediatore di situazioni esistenziali, dove la componente naturalistica è sempre presente, sia che la figura umana sia introdotta, sia che essa venga categoricamente avulsa dal contesto medesimo.
Nel pittore genovese ogni pagina è un divertissement all'insegna dell'evasione e della fuga dal reale, supportata da connotazioni scheletriche ma embrionalmente essenziali, ed egli osserva la quotidianità così come la assimilerebbero gli occhi di un fanciullo non ancora contaminati dalle deformazioni e dalle sovrastrutture imposte dal vivere comune, perchè così esige il malinteso senso di civiltà preconfezionata che spesso ci impone di relegare gli spazi di libertà in mortificanti confini di aridità o in steccati di fredda e sterile vegetazione umana.
Edmondo Astaldi